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VISPOLEMIK 001 |
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Gennaio 2007 |
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Benvenuti al Primo Numero di Vispolemik, l’appuntamento (speriamo) mensile con le polemiche fumettistiche ospitato da Comicsandpolitik, la fanzine elettronica curata da Francesco Manetti: con il n° 2 del febbraio 2007 spero di poter pubblicare cose inedite (mie e/o di altri); per adesso leggetevi tre pezzi parecchio critici, poco visti e poco pubblicizzati (soprattutto il terzo): i due “corni” del dibattito su “Miserabili quegli anni” e “Piccola Pravda”. F.M.
GLI ANNI SETTANTA: FORMIDABILI O MISERABILI? Giuseppe Pollicelli (L’autore ha inviato a Comicsandpolitik il file che mancava: ecco finalmente la recensione apparsa su Blue n. 123 dell’agosto 2001 del libro “Miserabili quegli anni” della Tarab al quale avevo collaborato con un “pezzo” sullo stato del fumetto in Italia negli Anni ‘70)
Nota preliminare: avvertiamo i lettori che il testo qui riportato potrebbe essere in alcune parti leggermente diverso rispetto a quello definitivo apparso su Blue: Giuseppe, infatti, ha perso gran parte dei suoi dati elettronici nel 2004 per colpa di un “crash” del suo hard disk; il qui pro quo “Portella delle Ginestre” e “Portella della Ginestra”, per esempio, non fu mai stampato, in quanto all’epoca io e il Pollicelli appurammo telefonicamente che entrambe le versioni del toponimo avevano avuto diffusione. Quanto allo sbaglio su Saccomano fu semplicemente un mio errore di digitazione, dovuto forse alla maggiore eufonia di “Saccomanno” (come può, anche se non dovrebbe, avvenire con Machiavelli / “Macchiavelli” o Donizetti / “Donizzetti”) e non a una “confusione con lo sceneggiatore argentino” (avevo davanti il libro della Sansoni mentre scrivevo...), errore che arrivò indenne attraverso numerosi controlli (miei e del curatore Castoldi) fino alla versione stampata sul libro. Colpa mia, figuriamoci: non è una giustificazione ma solo una spiegazione! Mutatis mutandis, anche il mio modesto nome è stato storpiato in varie, autorevoli cronologie (ricordo “Franco Manetti” nella Carl Barks Guide di Fossati; e un “Francesco Menetti” in “Camerata Topolino” di Barbera).
Poco meno di un anno fa - ma noi ne siamo venuti in possesso solo di recente - le edizioni Tarab di Firenze hanno dato alle stampe un libro di cui quasi nessuno, a quanto ci risulta, ha parlato. E’ un peccato, perché il volume, che è una crestomazia di interventi firmati da autori vari e che si intitola, parafrasando il noto best seller di Mario Capanna, Miserabili quegli anni. Dalla contestazione al terrorismo: analisi critica degli anni Settanta, avrebbe meritato qualche attenzione in più. Intendiamoci: rileggere “da destra” gli accadimenti (sociali, politici, culturali) di quell’anomalo decennio che in Italia, giustamente, si fa iniziare nel 1968 e terminare due lustri dopo (in coincidenza con l’assassinio da parte delle Brigate Rosse dello statista democristiano Aldo Moro), non costituisce una novità assoluta. Basti pensare alla produzione letteraria di scrittori e giornalisti come Giampiero Mughini (sempre in bilico, nelle sue rievocazioni, tra revisionismo e nostalgia), Marcello Veneziani, Stenio Solinas e Michele Brambilla. A rendere di particolare interesse Miserabili quegli anni è piuttosto l’ambiziosità del suo progetto, che è quello di abbracciare, attraverso circostanziate analisi svolte da undici esperti di riconosciuta competenza (il capitolo sulla politica, per esempio, è stato affidato a Giano Accame, quello sul cinema a Giancarlo Castoldi, quelli su magistratura ed ordine pubblico a Francesco Sidoti, e così via), tutti i principali ambiti della realtà italiana, senza privilegiarne alcuni rispetto ad altri. Gli intenti del libro sono fondamentalmente due: dimostrare che, come scrive Gianfranco de Turris nella postfazione, «l’origine dei mali che ci affliggono alla fine del millennio, e che con l’abitudine di conviverci da tempo ormai ci sembrano endemici, ineluttabili e “normali”, hanno in realtà origine in quel decennio, o si sono accentuati fino a diventare incontrollabili a partire da quel decennio», e denunciare il fatto che sino ad oggi ci sia stata offerta, per citare ancora de Turris, «una ricostruzione bugiarda, distorta, edulcorata e faziosa di quel decennio cruciale per il futuro di questo Paese». Nonostante le buone (dal loro punta di vista, almeno) intenzioni, però, gli autori non sono riusciti a centrare il bersaglio che si erano prefissati. Di seguito cercheremo di rilevare le ragioni di questo fallimento, che sono più di una. Innanzi tutto Miserabili quegli anni è viziato all’origine dalla sua programmatica faziosità, che, sebbene giustificabile, ha come effetto quello di produrre una lettura parziale e riduttiva (e, pertanto, irrispettosa della verità storica) del fenomeno della contestazione studentesca ed operaia, di cui nessuno (tranne forse - ma molto superficialmente - Accame e Sidoti) si è peraltro preoccupato di spiegare le ragioni della nascita, del diffondersi e del radicalizzarsi, a cominciare dalla cosiddetta “strategia della tensione”. Va poi sottolineato che l’antologia parte da un presupposto del tutto falso: non è assolutamente vero, infatti, che degli anni Settanta sia stata data finora un’interpretazione univoca e tendente solo a una sperticata celebrazione. Ci sono miriadi di saggi (la maggioranza dei quali scritti proprio da studiosi “di sinistra”, da Peppino Ortoleva a Piergiorgio Bellocchio) che stanno lì a dimostrarlo e che non possono essere ignorati come se nulla fosse. Infine, oltre ad essere pesantemente penalizzato dalla difformità qualitativa degli interventi (desolante la pochezza di quello di Dario Salvatori sulla musica leggera), Miserabili quegli anni soffre dell’approssimativa conoscenza della storia e dell’evoluzione del movimento studentesco che mostrano di possedere i suoi curatori, i quali, sposando con impressionante facilità persino i più vieti luoghi comuni, riconducono al ’68 - formuletta tanto comoda quanto generica e sbrigativa - cose e vicende tra loro profondamente diverse. La reale natura del ’68 la spiega bene Goffredo Fofi nell’introduzione a Il ’68 senza Lenin, ovvero: la politica ridefinita, silloge di documenti d’epoca (dal “Manifesto di Port Huron” a “Contro l’università” di Guido Viale) edita da e/o e curata dallo stesso Fofi e da Michele Colucci: «Il ’68, almeno in Italia, è durato molto poco. Di solito si pensa il contrario, che sia durato molto più che altrove, ma non è vero: il ’68 come “movimento degli studenti” è durato solo pochi mesi. Diciamo dall’occupazione di Palazzo Campana a Torino di fine ottobre ’67 all’estate-autunno ’68 (...). Nella convinzione (o nell’illusione, perfino nel delirio) di una “rivoluzione politica” molto imminente, in cui i gruppi troppo spesso credettero, sparì ben presto dall’orizzonte teorico e pratico la “lunga marcia attraverso le istituzioni” proposta dagli studenti berlinesi e da Rudi Dutschke, il più sfortunato dei leader europei (“marxista critico” tra Bloch e, anche lui!, Lenin) per ricomparire, quando ormai era troppo tardi, verso la metà degli anni Settanta, a contrasto con l’esasperazione terroristica. Causa le approssimazioni e viltà degli anni precedenti, il movimento non riuscì a sostenere l’impatto con il terrorismo e a sconfiggerlo dall’interno del movimento stesso, e il ’77, con l’esplosione di una soggettività che i gruppi avevano in molti modi oppressa e condizionata, non fu che l’ultimo fuoco tardivo e confuso». Ignorando bellamente tutto questo, gli estensori dei saggi contenuti in Miserabili quegli anni trascurano altresì di dar conto dell’esistenza di un vasto dissenso, che fu importantissimo (basti pensare che Renato Curcio veniva da lì), di matrice cattolica, e si avventurano a cuor leggero in spericolate riletture della storia patria come quelle di Sidoti, che attribuisce all’avvento del ’68 anche il ramificarsi della mafia su tutto il territorio nazionale e che interpreta il terrorismo “nero” come una mera risposta a quello “rosso”. L’impressione, insomma, è che Miserabili quegli anni sia un’occasione mancata. Evidenziare le storture, gli errori e i molti orrori che hanno caratterizzato gli anni Settanta italiani sarebbe, di per sé, un’operazione tutt’altro che peregrina. Ma affinché risulti utile e compiuta deve avere dei requisiti che mancano completamente al volume della Tarab, dai cui compilatori era lecito pretendere un briciolo di obiettività in più e la capacità, oltre che di vibrare fendenti verso la sinistra (indebitamente considerata, oltretutto, come un corpus unico e compatto), di essere, ove se ne presenti la necessità, autocritici, perché è troppo facile chiamarsi sempre e comunque fuori da tutto. Un’iniziativa in cui siano coinvolte tante personalità diverse, poi, dovrebbe poggiare su di un progetto forte e chiaro, che sia condiviso da tutti coloro che all’iniziativa stessa prendono parte. E’ proprio nella mancanza di qualsivoglia progetto che sta la più grave carenza di Miserabili quegli anni: i vari Accame, de Turris, Cardini, Castoldi, Sidoti, Nistri hanno, con ogni probabilità, ciascuno un’idea diversa di cosa significhi, oggigiorno, essere “di destra” e, alla luce di ciò, farebbero bene a domandarsi (è forse la questione più importante) se categorie come “destra” e “sinistra” siano ancora utilizzabili, se abbiano ancora un senso. Un approccio più problematico e coinvolto alla materia trattata avrebbe reso meno debole la pars destruens (di cui consiste, a ben vedere, l’intero libro) di Miserabili quegli anni e permesso quantomeno l’abbozzo di una pars construens. Esemplare, in questo senso, è il capitolo dedicato ai fumetti e alla satira politica, che è invero uno tra i contributi più articolati e approfonditi presenti nell’antologia. A redigerlo è stato Francesco Manetti, il quale non è soltanto un bravo fumettologo ma anche uno dei pochi esperti di comics che, quando scrivono, non facciano strame della lingua italiana. Con stile brioso e piglio da polemista, Manetti ricostruisce nel suo saggio (intitolato, prendendo a prestito una battuta di Jacovitti, “Raglia raglia giovane Itaglia”) i fatti più significativi verificatisi negli anni Settanta nell’ambiente fumettistico, scagliandosi in particolar modo contro la famigerata intellighenzia di sinistra, giudicata (non a torto) conformista, snob ed ipocrita. «Ci premeva puntare il dito», scrive Manetti con toni degni del «Selvaggio» di Maccari, «su un certo tipo di fumetto sinistroide, molto spesso umoristico, i cui autori credevano di avere una missione divina di “crociati della democrazia”, un fumetto che veniva distillato e gustato soprattutto nei “salotti buoni” delle grandi città, da operatori e lettori spesso appartenenti all’altissima borghesia e all’aristocrazia. Fumetto fatto e letto da gentiluomini e gentildonne che gli anni pari andavano alla prima della Scala e gli anni dispari appoggiavano chi lanciava uova marce a chi andava alla prima della Scala». Non stupisce, quindi, che Manetti preservi dai suoi strali - elogiandola anzi con trasporto per l’idiosincrasia verso qualunque tipo di compromessi - tutta la ruspante banda di «Frigidaire», e che le vittime più ricorrenti delle sue invettive siano la rivista «Linus» e il direttore di quest’ultima, Oreste del Buono (che ancora negli anni Ottanta, come ricorda il politologo Giorgio Galli nel libro Passato prossimo. Persone e incontri 1949-1999, da poco edito dalla Kaos, amava definirsi tra il serio e il faceto “stalinista”), reo di avere censurato, su pressione del comitato di redazione e degli stessi lettori, alcune tavole di Jacovitti, nonché di avere smaccatamente politicizzato le pagine dei redazionali. Le ire manettiane si appuntano inoltre sugli studiosi Piero Marovelli, Elvio Paolini e Giulio Saccomano (e non Saccomanno, come riporta Manetti, che probabilmente fa confusione con lo sceneggiatore argentino Guillermo Saccomanno), autori nel 1974 del libro Introduzione a Paperino, in cui viene proposta anche una lettura in chiave marxiana delle storie di Carl Barks, e su Luigi Bernardi, il quale, nel 1978, affermò su «Il Mago» che Hergé, il creatore di Tin Tin, avesse disconosciuto l’episodio Tin Tin nel Paese dei Soviet perché resosi conto delle distorsioni storiche e ideologiche in esso contenute. In realtà, come fa opportunamente notare Manetti, la distorsione storica e ideologica l’ha compiuta Bernardi, in quanto Hergé, che rimase fino al suo ultimo giorno di vita un conservatore e un convinto anticomunista, aveva ripudiato la propria opera per ragioni esclusivamente “stilistiche”. Fin qui tutto bene. Oltre ad asserzioni assai discutibili («La sinistra ha sempre strumentalizzato la strage di Portella della Ginestra», e anche qui dobbiamo correggere Manetti, che scrive “Portella delle Ginestre”) e a brutali semplificazioni intrise di raggelante cinismo e ironia fuori luogo («Per esempio, si moriva di overdose da eroina non per colpa del proprio cervello bacato, ma per colpa dell’assenza di valori...»), quello che non ci persuade di “Raglia raglia giovane Itaglia” sono gli argomenti di fondo di cui questo capitolo si serve, al pari di tutti gli altri, per sviluppare le proprie critiche alla sinistra italiana (di venticinque e più anni fa come di oggi). Manetti sostiene, in sintesi, che la classe dirigente “progressista” abbia realizzato una tirannica egemonia culturale le cui conseguenze sono state la mistificazione ripetuta di alcune verità storiche, lo stravolgimento di valori decisivi per la buona salute della società italiana ed il sistematico ostracismo nei confronti di tutti gli artisti e i creativi “non allineati”. Sarà anche così, ma a parte il fatto che conseguire un’egemonia culturale rientra tra gli obiettivi legittimi di qualunque parte politica (purché, vogliamo aggiungere, si operi in un contesto autenticamente democratico), non c’è da stupirsi che sia stata soprattutto la sinistra ad inseguire una primazia culturale: il conseguimento di un’egemonia nel campo del sapere da parte del Partito Comunista Italiano è infatti uno dei punti centrali del pensiero gramsciano. Se è vero, poi, che la sinistra si è in passato dimostrata (e, in certi casi, continua ad essere) accentratrice e corporativa nella gestione degli ampi spazi che ha saputo conquistarsi - spesso con merito - nell’ambito dell’industria culturale, vorremmo chiedere a Manetti e agli altri autori di Miserabili quegli anni dove siano tutti questi artisti “di destra” puntualmente emarginati e boicottati dall’establishment. In “Raglia raglia giovane Itaglia” non ne viene nominato neppure uno, se si eccettua il vecchio Jacovitti che, politicamente, era tra l’altro uno strano “animale”, mezzo anarchico e mezzo qualunquista. Non pensiamo che ciò sia frutto di clamorose dimenticanze: la verità e che la destra italiana, dal secondo Dopoguerra ad oggi, non è riuscita ad esprimere, in tutte le sue incarnazioni anche antitetiche fra loro, neppure un creativo di valore. I giovani e i meno giovani che negli anni Settanta non si riconoscevano nelle istanze e nei comportamenti del movimento studentesco avrebbero ben potuto intraprendere, anche a livello “sotterraneo”, iniziative culturali alternative a quelle di chi gravitava nell’orbita della sinistra, e non ci sono dubbi che, se queste avessero avuto un qualche pregio, oggi sarebbero riscoperte e rese finalmente visibili. Non è semplice stabilire come mai i fermenti e le energie migliori dell’intellettualità italiana li abbia forniti, per così tanto tempo e quasi da sola, la sinistra. E’ certo che molti artisti (o sedicenti tali) rivelatisi, nella maturità, dei perfetti “moderati”, abbiano recitato in gioventù la parte dei barricaderi solo per adeguarsi al clima in cui si trovavano ad agire, ma questo non basta a spiegare la povertà di idee, l’apatia e la rozzezza intellettuale che, da decenni, contraddistinguono la destra. Un libro come Miserabili quegli anni sarebbe stato davvero prezioso se chi lo ha curato, oltre a biasimare (spesso a ragione, come abbiamo già detto) quanto compiuto dagli altri, avesse avuto l’onestà di interrogarsi sui motivi della fragilità (che è sovente sterilità) della propria teoria e della propria prassi, e se avesse avuto il coraggio di azzardare qualche risposta. Manetti e gli altri, invece, si sono comportati come tanti miei conoscenti di destra che rinfacciano (e fanno bene) alla sinistra di organizzare un corteo o un sit-in (la cui utilità è tutta da dimostrare, ma questo è un altro discorso) solo quando, in una questione internazionale, siano coinvolti gli Stati Uniti, tralasciando di protestare, mettiamo, per la violazione delle libertà individuali in Cina o a Cuba. Mai, però, che a questi zelanti censori venga in mente di organizzarlo loro, un bel corteo, magari a favore di una causa umanitaria anziché, come finora è sempre successo le rarissime volte in cui la destra è scesa in strada, in difesa del proprio particulare e su imbeccata di un demagogo multimiliardario.
MISERABILI QUEGLI ANNI Risponde Francesco Manetti (Perché potessi controbattere Giuseppe Pollicelli mi inviò in anteprima le bozze della sua recensione al libro della Tarab: botta e risposta apparvero insieme sullo stesso numero 123 di Blue; questa era la mia replica)
In merito alla (attentissima) recensione al libro Miserabili quegli anni al quale ho collaborato in veste di (modestissimo) esperto di fumetti, mi soffermo e rispondo su alcuni punti cruciali dell’intervento di Giuseppe Pollicelli.
1) Attenzione sul volume In realtà, dopo mesi che il libro era uscito, qualcosa si è mosso. Ne hanno parlato anche a Viareggio, al Caffè della Versiliana, in uno degli incontri diretti da Battaglia nell’agosto 2000. E’ vero comunque che il saggio è stato generalmente snobbato. Non voglio però fare del vittimismo del tipo “l’hanno ignorato perché è di destra”, perché neanche il Giornale ne ha parlato, se non sull’inserto toscano. La risposta sta forse nel fatto che la Tarab è solo una delle centinaia di piccole case editrici italiane per le quali far sentire la propria voce è difficile, nonostante un catalogo di tutto rispetto: pensiamo al tomo sui manga di Castellazzi; oppure alle due raccolte delle vignette di satira politica di Krancic, celeberrima firma del Giornale e del Secolo d’Italia; o ancora ai numerosi e ficcanti saggi sul cinema “di genere”. Se il libro avesse avuto un’etichetta diversa – diciamo Mondadori o Feltrinelli o Rizzoli, etc. (che inviano copie di ogni uscita ai loro contatti nei settimanali e nei quotidiani) – se ne sarebbe parlato più spesso e più a lungo.
2) Obiettivo del libro Al di là di quanto afferma De Turris nell’introduzione, scritta circa due anni dopo la consegna delle “articolesse” che compongono il volume (il mio intervento fu uno dei primi ad arrivare al curatore Gian Luca Castoldi… nel dicembre del 1997, tanto che l’ho dovuto più volte rivedere; poi ci furono problemi a valanga che ritardarono l’uscita dei Miserabili fino alla fine del ’99), cercando a posteriori di distillare un unico liquore da quel magmatico ribollire di ingredienti, a mio avviso fin dall’inizio del progetto non è mai esistito un obiettivo certo (e infatti, nella sua replica, Castoldi parla di “attesa di una sintesi”). Ogni autore intervenuto ha parlato (nella cornice del tema che gli era stato affidato) di ciò che credeva, ovviamente nell’ambito degli anni ’70 “sentiti” da destra – o perlomeno da persone che nel 2000 non si riconoscono in nessun aspetto della sinistra “ufficiale”. Non so se altri abbiano fatto approfondite ricerche storiche per il proprio pezzo (io no di sicuro: mi sono limitato a riportare e a commentare, in maniera paradigmatica, alcune situazioni chiave), ma sono certo che tutti sono stati sinceri nella loro esposizione. Quello che si legge nel volume è quello che gli autori veramente “sentono”. scrutando il volto oscuro degli anni ’70. Poi si può essere ugualmente innamorati di quel decennio, come lo sono io, per altri motivi, lontani dalle divisioni ideologiche. Trovo positivi anche gli anni ’80, perché – e vado “a braccio” – vi ho vissuto una fetta abbastanza importante della mia vita (15-24 anni); perché è iniziata l’avventura dello Shuttle ed è finita quella di Star Wars; perché c’erano Reagan, la Thatcher e Kohl, perché alla fine del decennio ho iniziato a scrivere sui miei amati fumetti; e perché è finalmente crollato il muro di Berlino. Mi sono sentito stimolato anche dalla prima metà dei Novanta: forse attribuisco troppo valore alla politica e ai suoi simboli, ma vedere la Germania che si riunificava, vedere ammainare la bandiera rossa sul Cremlino, vedere in Italia che la destra (ghettizzata e autoghettizzatasi per decenni) andava al governo prima degli eredi del PCI… sono tutte cose che mi hanno sinceramente emozionato. Stendo invece un velo pietoso di silenzio sulla seconda metà della decade appena trascorsa…
3) Faziosità Il libro della Tarab è indubbiamente fazioso, nel senso “di fazione”, “di parte”. Non poteva essere altrimenti: Castoldi ha raccolto un gruppo di autori di tendenze destrorse, gente che non ha mai nascosto la propria appartenenza a un’area opposta alla sinistra, e gli ha gettato in pasto l’osso dei turbolenti anni ’70 italiani. Si badi bene, però: non gli anni ’70 tout court, ma gli anni ’70 dell’egemonia culturale della sinistra – legittima o illegittima che fosse. L’operazione era fin dall’inizio provocatoria.
4) Sinistra come blocco compatto e significato di “destra” e “sinistra” Come Pollicelli giustamente rivendica per la sinistra, che troppo spesso e troppo frettolosamente viene bollata come un monolitico blocco, andrebbero fatte delle distinzioni anche nella destra (o nelle “destre”, come preferiscono dire Cossutta e Bertinotti): gli stessi autori del libro sono vicini fra loro solo nella loro distanza dalla sinistra e nel loro convinto anticomunismo. Di quelli che ho conosciuto personalmente o con i quali ho avuto scambi di lettere, posso spendere qualche parola: De Turris può essere collocato nell’area della “nuova destra” evoliana; Nistri è un noto esponente toscano di AN; Castoldi parteggia per una “destra sociale”; il fratello Giancarlo mi sembra più libertario e “moderato”; Cardini è un conservatore cattolico di vecchio stampo... Quanto a me, preferisco rifarmi alle correnti “anarco-liberali” o “anarco-capitaliste” che ogni tanto si condensano in testi di autori americani come M. N. Rothbard (con il suo fondamentale Per una nuova libertà – il manifesto libertario, pubblicato da Liberilibri nel 1996): poco Stato, pochi controlli, poche leggi, pochi tribunali, poche tasse. Da parte mia ritengo che categorie come “destra” e “sinistra” siano ancora oggi valide, se le interpretiamo come due grandi insiemi che racchiudono ognuno miriadi di suggestioni culturali, politiche, sociali e ideologiche diverse. Se dovessi trovare un brusco sinonimo di “destra” opterei per “individuo”, mentre sceglierei “Stato” come equivalente di “sinistra”. Non riesco a identificare la destra (la destra come la intendo io) con il razzismo, l’intolleranza, la violenza, le adunate oceaniche… Come tutte le dittature del XX secolo, anche le cosiddette dittature “di destra” hanno avuto origine in radicalizzazioni del pensiero socialista; alla fine raggiungono gli stessi risultati pratici delle cosiddette dittature “di sinistra”: un uomo forte alla guida di uno Stato opprimente… e milioni di morti fra i cittadini/sudditi/schiavi (anche se Mussolini – in quanto a ferocia – non può essere messo sullo stesso piano di Hitler, di Stalin, di Mao, di Pol Pot, etc.; pure gli straordinari documentari di guerra trasmessi su Rai Tre ci documentano questa immane differenza; del resto una nobile casa editrice di sinistra come la Einaudi non avrebbe certo pubblicato l’equilibrata biografia mussoliniana di De Felice…; e mi sembra ormai assodata, in storiografia, la distinzione fra regimi “autoritari”, come furono quelli di Mussolini e di Franco, e regimi “totalitari”, come quello di Stalin). La differenza più rilevante riguarda l’impostazione economica: nelle dittature “di sinistra” tutto si riconduce al Moloch statale; in quelle “di destra” si salvano dall’assorbimento (oltre, forse, a certe piccole imprese) solo alcuni grandi gruppi industriali facenti capo a poche famiglie… quelle che, piova o grandini, cascano sempre in piedi, ben inserite nel regime di turno (ho visto una foto dove il Duce assisteva impettito e mascelluto a una sfilata di FIAT Topolino e ho visto un servizio televisivo dove veniva presentata una FIAT Punto a Scalfaro, nel cortile del Quirinale); da questi potentati economici si vuole obbedienza cieca e assoluta, rifornimenti di materiali bellici a bassi costi, in cambio di libertà di manovra. Rifiuto categoricamente un’analogia fra “destra” e “fascismo”. Aveva in parte ragione Montanelli quando diceva che era stato il MSI ad appropriarsi del termine “destra”, innescando così un equivoco pluridecennale, per cui se si era “di destra” (nel senso di “anticomunista” o di “individualista”) si era automaticamente “fascisti”; ma fino ai primi anni Novanta per un anticomunista era difficile votare un partito diverso dal MSI, essendo tutti gli altri (compresi i “moderati” PSI, PSDI, PLI e PRI) ben inchiavardati alle loro cadreghe, succubi di una DC che si era spartita la torta Italia con il PCI: amministrazioni locali, stampa e sistema scolastico / universitario in mano al PCI e potere centrale in mano alla DC. Da sempre filoamericano (impossibile essere fascisti o nazisti e ammirare gli USA: basti vedere una delle tante, becere manifestazioni di Naziskin e di Forzanovisti idealmente uniti con gli Autonomi e i Rifondatori contro l'Amerika e la globalizzazione) votavo MSI “turandomi il naso”, sperando in una versione italica del Grand Old Party (ovviamente meno bacchettone, meno Bibbia ed embrioni-totem… e senza predicatori televisivi del cavolo!) in stile reaganiano.
5) Pars destruens e pars construens Con il nostro volume abbiamo fatto un bel po’ macerie; se ci sarà un secondo libro sarebbe interessante anche mettersi a inanellare una serie di proposte. Ho paura che Pollicelli si sia aspettato troppo dal libello della Tarab. Doveva leggerlo pensando di avere davanti una raccolta di polemici e vivaci pamphlet (il mio pezzo, almeno, l’ho inteso così).
6) Le “ire” di Manetti Ci tengo precisare che non ho nulla di personale contro Del Buono, Marovelli, Paolini, Saccomano e Bernardi (gente mille gradini più in alto di me nel mondo del fumetto). Infatti non li ho attaccati soggettivamente: ho giudicato in senso negativo – motivando, argomentando e riportando ampi stralci di virgolettato - alcuni loro testi. Come ha fatto Pollicelli con il libro della Tarab, ho semplicemente esercitato un diritto di critica. E non mi sembra nemmeno di aver calcato troppo la mano… Di OdB ho scritto che – nella polemica su certe storie pubblicate su Linus - difese Jacovitti finché gli fu possibile (il vero “nemico” di Lisca di Pesce era infatti il Comitato di Redazione del mensile, non certo OdB). Di Bernardi ho detto che si devono a lui alcune fra le più grande riviste a fumetti di fine millennio (pensando a Orient Express e Nova Express) e ho soltanto polemizzato su certe sue affermazioni riguardanti Hergé, uno dei grandi maestri del comic mondiale; mi era venuto in mente un fatto accaduto mesi prima nella mia libreria, quando mi sono sentito dire da una insegnante delle Elementari, in visita con la sua scolaresca, che lei adorava Pazienza ma che Hergé non andava letto perché era un “fascio”! A me non verrebbe mai in mente di dire che Mannelli non va letto perché è un “comunista”, ma evidentemente qualche “maestrina dalla penna rossa” la pensa diversamente, e certi artisti vanno messi all’indice non perché fanno schifo ma perché non sono politically correct… Infine, dei tre autori del libro su Barks – pur non condivendendo certe loro interpretazioni sulle storie dell’Uomo dei Paperi” - ho messo chiaramente nero su bianco (e con convinzione) che la loro opera è “attenta”, “approfondita”, “ficcante”, “ricca”, “seria”…
7) Egemonia culturale Non sono d’accordo su quanto afferma Pollicelli. Una parte politica deve occuparsi di far politica (cioè di gestire al meglio la cosa pubblica avendo come unico obiettivo il benessere dei cittadini) e non di egemonizzare la cultura. Quando una qualsivoglia parte politica, in virtù del suo potere legislativo e governativo, in virtù del suo potere amministrativo, tende a mettere sempre e comunque nei posti chiave suoi uomini (professori universitari, direttori di giornali, redattori di libri scolastici, etc.) fa qualcosa di disgustoso che sa di dittatura; Pollicelli afferma che è una cosa legittima, vista secondo un’ottica gramsciana. Ma chi di Gramsci (come me) apprezza lo stile, apprezza l’umanità delle Lettere dal carcere, apprezza la forza dell’individuo contro uno Stato opprimente, ma non i suoi progetti per un altro tipo di Stato altrettanto opprimente, non può trovare aspetti positivi nel concetto di egemonia culturale.
8) Artisti di destra Difficile che un sistema scolastico e universitario in gran parte orientato “a sinistra” (e non solo per quanto riguarda i testi adottati…) possa esprimere in gran numero intellettuali, giornalisti, storici, etc. “di destra”. Nel settembre del 2000 i ragazzi di Azione Studentesca avevano fatto le pulci a tutta una serie di libri di testo sui quali i ragazzi della scuola italiana sono costretti a studiare, e sono venute fuori cose allucinanti, del tipo: Quanto alla pretesa di una parità etico-politica delle due parti in lotta (combattenti della RSI e partigiani, ndr) si vorrà riconoscere che da una parte si combatteva per la libertà, dall’altra per il totalitarismo e la schiavitù. Né si dica che se da una parte ci si schierava per i Lager, dall’altra ci si batteva per i Gulag, perché, in primo luogo, i Lager erano solo la conseguenza estrema, ma logica e necessaria di un regime che si fondava sulla disuguaglianza degli uomini, sulla sopraffazione e l’eliminazione delle “razze inferiori”, sull’asservimento degli Untermenschen, mentre in linea di principio il comunismo esprimeva l’esigenza di uguaglianza come premessa di libertà (e l’ignominia dei Gulag non è dipesa da questo sacrosanto ideale, ma dal tentativo utopico di tradurlo immediatamente in atto o peggio dalla “conversione di Stalin al tradizionale imperialismo”; in secondo luogo i militanti comunisti italiani non si battevano per importare anche in Italia i Gulag ma per eliminare ingiustizie e privilegi” (così in Elementi di storia – XX secolo di Augusto Camera e Renato Fabiet, IV Edizione, Zanichelli – pag. 1575). Oppure: I partigiani esercitarono le rappresaglie sempre e soltanto sui nemici nazisti e fascisti fatti prigionieri, non mai sulla popolazione civile, neppure quando questa si dimostrava attesista e opportunista (idem, pag 1569). Difficile, in questo clima (stiamo parlando di libri di scuola, cioè di libri che i ragazzi sono costretti a comprare e a studiare, non di saggi di parte, che uno può o non può acquistare in libreria per la propria formazione – o deformazione - personale), che perdura da decenni, formare una coscienza critica alternativa a quella ufficiale. Poi, finalmente, nell’autunno del 2000, il bubbone è esploso, con il dibattito sulla faziosità a senso unico di certi testi scolastici di storia… La soluzione, per un liberale, è semplice: uno studente, che è costretto dal suo professore a comprarsi un dato libro ha il diritto di avere fra le mani un’opera il più possibile “neutra” dal punto di vista politico e ideologico. E’ ovvio che chiunque può scrivere ciò che crede in democrazia… ma proprio perché siamo in democrazia, può solo proporre e non obbligare gli altri a formarsi culturalmente sui suoi scritti! La scuola è l’unico posto (insieme alle caserme e alle prigioni…) dove, in nome di una necessaria disciplina, alcuni diritti democratici vengono eccezionalmente conculcati: gli studenti devono studiare sui voluti libri dai professori – e qui siamo tutti d’accordo. Ma quei libri - necessariamente obbligatori - dovrebbero essere dei capolavori di equilibrio, soprattutto sui contrasti politici e ideologici del Novecento, dove la cronaca e la storia ancora si compenetrano. Negli anni ’70, poi, non era indifferente il rischio spranghe e chiavi inglesi, per cui c’era da aver paura a non essere allineati (Ramelli docet: a sinistra viene detto che si trattò di una reazione alle bombe della destra; io penso che dietro alle bombe ci fosse qualcosa di diverso da quelle tre o quattro teste di minchia di Ordine Nuovo…; Guzzanti, che non è certo un fascista, sta indagando da anni, e pubblica sul Giornale e poi in volume i suoi resoconti). Il gambizzato Montanelli e i redattori del Giornale (che nacque nel 1974) ne sanno qualcosa (scrivere su quel periodico era un marchio d’infamia che è stato cancellato solo negli anni ’90). Ma anche chi lo comprava rischiava: ancora nei primi anni ’80, quando andavo al liceo e poi in Facoltà di Giurisprudenza con il Giornale sottobraccio c’era sempre qualcuno pronto a sghignazzarti dietro e a darti del fascista (o quantomeno ti dicevano che finanziavi il MSI – quando Montanelli il MSI non lo ha mai sopportato). E ancora alla fine del millennio abbiamo visto nelle fiction televisive della RAI il Giornale messo maliziosamente in mano a un pedofilo e a un cattivo opposto a un Banfi buono (lettore dell’Unità). Riguardo all’ipotesi di Pollicelli, secondo cui la destra non ha espresso una sua forte classe intellettuale, non perché le sia stato impedito (come si sostiene in Miserabili quegli anni), ma perché non era all’altezza, autori come Castoldi, Nistri o De Turris, se interpellati risponderebbero (con tanto di nomi, di date e di dati alla mano) che all’epoca esistevano centinaia di circoli, riviste, forum di dibattito e “teste d’uovo” che agivano appunto a livello sotterraneo. E’ il serpente che si mangia la coda. In un clima di egemonia del sapere – che Pollicelli ammette - come facevano quei fermenti a emergere? In due parole: quei fogli, come le riviste di Marco Tarchi, chi se li filava? Erano gli anni in cui il PCI faceva una martellante campagna per mettere il MSI fuorilegge e quegli intellettuali di destra (eccetto le firme del Giornale) al MSI erano più o meno tutti collegati… Esporsi significava suicidarsi… o quanto meno venire ridicolizzati, insultati, svillaneggiati, etc. Oggi è diverso e il Giornale (che non ho citato così tante volte a caso, essendo stato una nicchia di destra moderata e una fucina di giovani intellettuali “di area” in anni rossi di fuoco) non è più solo: ci sono tante (piccole) case editrici (come Liberilibri), tante riviste (come Ideazione) e svariati quotidiani (come Libero) che portano avanti, alla luce del Sole, idee e posizioni “di destra”, pubblicando saggi che non si limitano “a distruggere” come il nostro “giacobino” Miserabili, ma contribuiscono a fornire materiale per la “costruzione” di una società diversa e migliore. Tornando al discorso sulla destra “nascosta”, guardiamo, per esempio, al nostro piccolo cosmo della critica fumettistica e del fumetto in genere: quante firme si sono dichiarate “di destra” o quanto meno “non di sinistra” o “anticomuniste”? In un Paese dove la formazione di centrodestra viene data (nel novembre del 2000) vicina al 60% di consensi, è mai possibile che il mondo del fumetto – come Hollywood – sia al 99,99% “di sinistra”? Oppure – cosa più verosimile – c’è ancora timore a dichiarare la propria appartenenza se si è “di destra”? Le mie sono domande retoriche. Conosco svariata gente destrorsa e anticomunista che opera nel mondo del fumetto, ma se scrivessi i loro nomi si incazzerebbero, mi toglierebbero il saluto, rinnegherebbero la loro amicizia e mi smentirebbero… Il problema è che a sinistra si può ciò che a destra non si può: alla fine del 1993, dicendo che c’era “una voglia di schierarsi poco nascosta”, Schizzo uscì provocatoriamente con una copertina tutta rossa e con battute sul “pericolo fascista” (Fini aveva quasi vinto a Roma e Berlusconi affermò che avrebbe votato per lui)… Liberissimi, ci mancherebbe altro! Ma un numero di Dime Press tutto tricolore, corredato di battute sul “pericolo comunista”… beh, mi chiedo che effetto avrebbe fatto e quali sarebbero state le reazioni… A me sarebbe sembrata una cosa ridicola!
9) Manifestazioni di protesta: indubbiamente la destra è meno “piazzaiola” della sinistra, su questo Pollicelli ha perfettamente ragione. Andare a protestare a favore di una causa umanitaria? Prendiamo come esempio il Gay Pride del 2000 a Roma (di cui sono stato in vivaci discussioni familiari e fra amici un accanito sostenitore, e ci è mancato poco che il mio babbo non mi abbia dato di “buco”, come si dice a Firenze): Sgarbi ci è andato, a braccetto con i trans, e gli hanno sputato addosso (non i gay); ci sono andati i ministri del governo ulivista e hanno detto che erano tolleranti e sensibili alle minoranze. Prendiamo come altro esempio il caso Barnabei (voglio ricordare che la missione parlamentare italiana negli USA volta a cercare di impedire che il boia facesse il suo sporco lavoro era guidata da Biondi di Forza Italia). Personalmente sono contro la pena di morte (più con il cervello che con le viscere: le mani prudono a tutti davanti a un serial killer o a uno stupratore di bambini, ma quando hai messo uno sulla sedia elettrica e hai tirato la leva e poi si scopre che si era trattato di un errore giudiziario, cosa fai? lo cloni dalle sue ceneri? Metti il giudice che l’ha ingiustamente condannato sulla sedia elettrica? Lo so, lo so: si dovrebbe essere per principio contro la pena di morte… ma il risultato è lo stesso: anch’io sono sempre e comunque contro la pena capitale, perché temo gli errori giudiziari e perché preferisco un assassino vivo a un innocente morto) e mettiamo il caso che avessi voluto gridarlo in piazza il mio dissenso. Sarei andato al Colosseo e… sorpresa! Avrei trovato tante belle bandiere con la Falce-e-Martello… E’ immaginabile una folla di manifestanti contro la pena di morte che sventolano la Svastica? A me ha fatto lo stesso effetto: dove sarebbe stata la differenza? Dove sta la differenza sostanziale tra Falce-e-Martello e Svastica? In nome di entrambi questi due funesti simboli e delle ideologie che rappresentano è scorso sangue a fiumi… Il sillogismo viene naturale: non era una manifestazione contro la pena di morte, ma la solita, ipocrita, falsa, trita, sciapa, ripetuta, noiosa manifestazione contro gli Stati Uniti. Tra l’altro – e nessuno lo ha mai detto – negli States la Corte Suprema ha abolito la pena di morte a livello federale nel ’72 e in quel sistema giudiziario c’è la norma del precedente vincolante; il problema è che 35 Stati sui 50 dell’Unione – Stati che hanno ampia sovranità anche in materia di tribunali, polizia, carceri, pene, etc - hanno deciso di reintrodurla motu proprio, se non altro recependo il volere di una cittadinanza ancora troppo puritana e seguace della Legge del Taglione; gli effetti sono identici e identicamente deprecabili, ma negli USA la pena di morte almeno è voluta dal basso – e solo per crimini particolarmente efferati - e non imposta dall’alto, come nelle dittature, per “crimini” ideologici oppure per banali reati amministrativi. In Cina, per esempio, si rischia la fucilazione per falsa fatturazione: in Italia ci sarebbero trenta milioni di morti (e qualcuno, forse, si fregherebbe le mani)!
10) Destra rozza Nel finale del pezzo – critico, ma sempre onesto e propositivo – anche Pollicelli cade purtroppo nel “luogocomunismo” che altrove viene imputato al volume della Tarab. Anche Pollicelli ripete “a macchinetta” la tiritera veltroniana della destra rozza e ovina che si muove solo quando il padrone (leggi: Berlusconi) schiocca le dita. Vorrei che Pollicelli spiegasse cosa intende per “rozzezza intellettuale” della destra. E poi Pollicelli mi conosce bene e conosce altrettanto bene altri che la pensano come me: ritiene forse che siamo tutti pecoroni perché non votiamo a sinistra? Oppure pensa che ci abbiano ingannato con false promesse? O che noi siamo gli unici “perbene” a stare da questa parte?
PICCOLA PRAVDA Il ventennio del Pioniere di Francesco Manetti (originariamente pensato per una grande rivista di critica, l’articolo apparve invece solo sul Notiziario GAF nuova serie 5 del maggio 1998, bollettino a bassissima tiratura, organo interno di un club di fumettomani fiorentini, che un tempo stampavano Exploit Comics; il Notiziario era curato da Leonardo Gori, oggi affermato romanziere di gialli italiani)
Se la parola scout fa venire in mente l'associazionismo giovanile d'ispirazione liberal-cattolica, il termine pioniere richiama subito il mondo della collettivizzazione minorile di stampo social-comunista. A qualcun altro scout e pioniere fanno invece balenare in testa la celebre definizione di "un branco di bambini vestiti da cretini guidati da un cretino vestito da bambino". Se il cosmo dei giovani boy-scout di matrice cristiana e occidentale si rifaceva - per esempio - al Vittorioso, l'universo dei piccoli esploratori di sovietica memoria aveva il suo vangelo a fumetti nel Pioniere.
Antefatto
Il 13 settembre del 1946 uscì il primo numero del settimanale Il Moschettiere, in formato giornale; si trattava di un periodico autonomo, non collegato ad alcuna testata "madre". Il Moschettiere, vero e proprio "pioniere del Pioniere", era pubblicato dalle Edizioni Astrea, con sede in Via Arenula 56 a Roma, a due passi dal Ministero di Grazia e Giustizia, controllato allora dal Partito Comunista di Palmiro Togliatti. Sull'ebdomadario diretto da Angelo Talliaco, che andò avanti per almeno otto numeri nell'anno di uscita, vennero pubblicate storie di Cassani, Cipolloni, De Fiore, Grilli, Serban, Rebus, Lazzarini, Ferban, Fida, etc. Erano quelli mesi piuttosto turbolenti e gravidi d'incertezze: il vecchio regime mussoliniano era crollato e il nuovo regime democomunista si stava ancora facendo le ossa ("Battista l'ingenuo fascista" di Benito Jacovitti bene illustrava all'epoca gli sconvolgimenti non soltanto interiori creati dall'improvviso vuoto di potere che devastavano il cittadino comune, quell'Uomo Qualunque vittima di una finta libertà dopo una vera dittatura), forte dello schiacciante risultato positivo della Repubblica (54%) sulla Monarchia (46%) del 2 giugno 1946. Il giurista Enrico De Nicola era da poco capo provvisorio dello Stato e Alcide De Gasperi formava il secondo dei tanti governi di centrosinistra del dopoguerra (la catena fu interrotta, brevemente, da Silvio Berlusconi nel 1994). Erano anche i mesi delle vergognose trattative intercomuniste (fra Togliatti e Tito) sui brandelli del territorio ancora italiano nell'estremo nord-est del Paese, in quei paesaggi carsici imbottiti dagli slavi di corpi di uomini, donne e bambini legati insieme dal filo spinato.
Arriva il Pioniere
L'aria di Via Arenula fece crescere bene il foglio che, con il n° 25 del 1947, si trasformò nel Pioniere dei Ragazzi, pubblicato sempre dalle Edizioni Astrea. Dopo aver mutato periodicità (da settimanale a quindicinale) e assunto brevemente il nome di Noi Ragazzi, il periodico chiuse e riaprì presso un altro indirizzo e un altro editore assumendo finalmente un titolo di testata definitivo: Il Pioniere numero uno, ancora giornale autonomo, era datato 1° gennaio 1949. Il nuovo Pionere, come si è prima accennato, non era più pubblicato dalla Astrea, ma dalla Casa Editrice A.P.I. (la sigla è l'acronimo dell'Associazione Pionieri d'Italia, l'organizzazione scoutistica legata agli ambienti comunisti) con sede in Via delle Zoccolette 30: l'A.P.I. si sposterà successivamente in Via Arenula 41 e poi in Via Napoli 51, sempre e comunque nella Città Eterna. A un certo punto il nome della casa editrice e quello del giornalino coincideranno in Pioniere. In questo periodo di vita del "Settimanale dei Ragazzi d'Italia" il direttore è una donna, Dina Rinaldi, che porta avanti la testata per 14 annate, fino al n° 19 del 20 maggio 1962. La direttrice si occupava anche di rispondere alle lettere dei ragazzi con la rubrica Ufficio Postale. Secondo Leonardo Becciu (autore del libro Il Fumetto in Italia), lo spazio dedicato alle missive del pubblico e l'Angolo di Gianni Rodari, una specie di editoriale, "sono la parte più ideologizzata del giornale". Becciu ricorda che sul n° 13 del febbraio '62 apparve una lettera di un ragazzo fiorentino che si lamentava del divieto del suo professore d'italiano di portare il Pioniere a scuola perché "è un giornale socialcomunista"; la direttrice, consolando il giovane ferito nell'onore, risponde che "il Pioniere è innanzitutto un giornale antifascista e democratico" e come tale aveva diritto di entrare nelle scuole come tutti gli altri periodici concorrenti. Il vittimismo e la mania di persecuzione che trasudano da molte pagine del Pioniere fanno quasi pensare che il fascismo non sia mai tramontato: i continui appelli agli ideali della Resistenza (con romanzi a puntate e fumetti), gli insistenti richiami alla verità, alla pace, alla democrazia, al progresso e l'incessante rivolgersi ai lettori come alla migliore gioventù italiana non contribuiscono certo a rendere gradito il periodico fuori dalla ristretta cerchia dei figli dei simpatizzanti. E la concorrenza dell'AVE poteva vantare uno staff di autori sicuramente più valido. Ci fu poi, durante tutto il ventennio del Pioniere, una celebrazione ripetuta e martellante di Garibaldi e delle imprese garibaldine, viste come profetiche della Resistenza al nazifascismo: non dimentichiamoci che l'effigie dell'Eroe dei Due Mondi era stata scelta dai socialcomunisti per farne il simbolo del Fronte Democratico Popolare, il raggruppamento di sinistra che si era presentato alle elezioni politiche del 1948. Il Candido affrontò con efficacia questo problema, la settimana successiva alla sconfitta di quello che Guareschi ironicamente chiamava il Fro-de o Fro-de-pop, per creare un'assonanza con il Minculpop: "E Garibaldi che fine ha fatto? L'ultima volta è stato visto venerdì sera, che ancora i frontisti lo portavano in giro per i paesi e per le città, adorno di bandiere e illuminato di lampioncini: vogliamo dire l'ultima volta che l'abbiamo visto in buon arnese e onorato da coloro che per tre mesi s'erano giovati della sua immagine per la campagna elettorale, perché sui muri, solo che tu esca a far quattro passi, puoi vederlo ancora, ma già stinto dalla pioggia e dal sole, sfregiato, strappato, pendente, agitato dal vento come uno straccio sporco, e i portinai lo raschiano con lo scalpello, i ragazzi si divertono a disegnargli sul naso gli occhiali o in bocca la pipa e ciò senza il minimo scrupolo di mancar di rispetto a quello che per gli anziani e gli uomini maturi è ancora l'Eroe dei due Mondi, è ancora il difensore della Repubblica romana, è ancora il leggendario condottiero dei Mille, ma per i ragazzi, ma per i cento e centomila giovani poco versati nelle storie patrie di chi è questa faccia barbuta che i comunisti, continuamente disegnandola e dipingendola durante tre mesi secondo i loro gusti, ha finito col rendere patibolare? E' la strana faccia d'uno sconosciuto presa a prestito per la campagna elettorale da gente che con lui non aveva nulla a che fare, e scelta forse per quel caratteristico cappello a tronco di cono rovesciato sul quale, insieme alla gran barba e ai capelli lunghi, si contava forse per attirar l'attenzione, e probabilmente anche per quella camicia il cui colore, casualmente coincidendo con quello della bandiera sovietica, era sembrato efficacemente propagandistico. Povero eroe dei due mondi, povero cavaliere dell'ideale, che tutta la vita ha dedicato alla difesa della libertà, e un bel giorno lo strappano al riposo di Caprera e lo mostrano a quella parte di italiani poco o punto memori di lui, come l'alleato di Stalin, l'alleato di Gottwald, il compagno degli impiccatori di Petkov e quasi gli danno in moglie, al posto di Anita, quell'Anna Pauker ch'è rimasta libera avendo ucciso il marito. Questo e non altro è, per la nuova generazione, quel generale Garibaldi alle cui gesta, noi, ragazzi chini sugli ingenui testi di storia dei primi anni di ginnasio, ci commovemmo ed esaltammo. Ed oggi, perché anche i nostri figli alla lettura di quelle gesta si commuovano e si esaltino, perché i nostri figli non rechino più alla nostra giovinezza l'offesa di credere un brigante o un delinquente quegli che fu l'eroe d'una storia per noi meravigliosa e gentile come una favola, proponiamo che il prossimo due di giugno, ch'è l'anniversario della morte di Garibaldi, una scelta rappresentanza di italiani di tutte le regioni si rechi in pellegrinaggio a Caprera per riconsacrare, in devoto raccoglimento intorno a quella tomba, e con un nobile discorso pronunciato non più da un Sem Benelli ma da chi ne sia degno, la sconsacrata memoria di un grande personaggio della nostra storia, il cui ricordo, ora che l'Italia ha ritrovato la via della libertà, abbiamo il dovere di restituire purificato ai nostri figli". Tra i fumetti di punta del Pioniere pre-Unità (ricordiamo Pif, Placido e Muso, Cipollino, etc.) sicuramente il più noto (anche oltre i confini nazionali) è Chiodino, opera dello scrittore Marcello Argilli (per i testi) e del pittore fiorentino Vinicio Berti (per i disegni). Chiodino è la trasposizione in chiave progressista della fiaba di Collodi: come Pinocchio anche Chiodino è un ragazzo che non è fatto di carne. Costruito in robusto ferro dallo scienziato Pilucca lo troviamo insieme alla sorella Perlina ad arginare i mali del mondo occidentale: condizioni di lavoro disumane, mancanza di alloggi, miseria, razzismo, schiavismo, colonialismo, sfruttamento e così via. Verso la metà degli anni Cinquanta il Pioniere può far conto anche su due supplementi: l'Albo Cipollino (con Arlecchino & Pulcinella e Cipollino) e l'Albo Gabbiano Rosso (con l'omonimo personaggio di Onesti). Interessante notare come fin dall'inizio il Pioniere avesse come linea strategica editoriale primaria quella di offrire una sponda laica al cattolico Vittorioso. Anche il fatto di uscire la domenica assumeva un significato simbolico oltre che di strategia di mercato: il Vittorioso veniva acquistato anche dalle rastrelliere della stampa "buona" installate nelle chiese nei pressi dell'entrata o vicino alle acquasantiere; il Pioniere, come ricorda anche Franco Fossati nel suo Fumetto (Mondadori, 1992), "era diffuso attraverso le Case del Popolo e le cellule di partito più che dai giornalai". Non è difficile immaginarsi un paesino di provincia, dove il beghino acquista il Vittorioso in chiesa dopo la messa della domenica mattina e il comunista compra il Pioniere dopo aver bevuto un caffè nella locale Casa del Popolo. Pioniere contro Vittorioso, dunque. Il tramonto degli anni Quaranta è infatti testimone di un enorme attrito fra le forze sociali, politiche e religiose che fanno riferimento al Vaticano e il PCI: siamo lontanissimi dai tentativi di "compromesso storico" e dall'esperienza cattocomunista. Nel 1948 il Fronte Democratico Popolare dei social-comunisti, la Democrazia Cristiana e altri partiti si scontrarono nelle importanti elezioni primaverili che avrebbero deciso il futuro dell'Italia: o con il blocco occidentale o sotto l'Unione Sovietica. All'indomani dei risultati, che sancirono la vittoria delle forze liberali, sulla stampa anticomunista si ironizza sulla delusione degli sconfitti. Guareschi sul Candido del 25 aprile è ancora una volta la penna più acuta: "Piove e la carta straccia dei manifesti ellettorali naviga nelle pozzanghere che il 'soffio di poesia' del sindaco Greppi ha gelosamente conservate alla grande Milano assieme alla Galleria scoperchiata. Oggi è venerdì e si sa tutto, sulle elezioni. Si sa perfino, e lo ha detto l'ex Migliore, che gli americani avevano minacciato di lanciare bombe atomiche sulle regioni italiane che avessero votato per il Fro-de. (L'Emilia è salva per miracolo). (…) Piove a Milano e la piazza davanti all'Unità è stata abbandonata anche dai frontagni più tenaci. Ma ancora uno resiste appoggiato al palo di cemento della bandiera, col bavero alzato, stretto nel pastrano fradicio aspetta ancora che l'altoparlante dell'Unità improvvisamente dia la notizia che il Fronte ha vinto. (…) Il mondo pazzo del dopoguerra sta finendo. Rimangono ancora i mitra nascosti, ma salteranno fuori. Il tempo dei pistoleros è finito: il 18 aprile è finita l'Italia provvisoria." In quello stesso anno, il 14 luglio, Antonio Pallante spara a Palmiro Togliatti. Potrebbe essere l'ora della riscossa per i perdenti ed ecco come il tragico momento viene raccontato nel Diario d'Italia della De Agostini (1994): "Si assiste ovunque all'organizzarsi di manifestazioni popolari. le camere del lavoro, soprattutto dell'Italia settentrionale, proclamano lo sciopero generale. Alcune fabbriche sono occupate dagli operai. Gruppi di ex partigiani imbracciano le armi e presidiano punti strategici ed edifici pubblici. In molte località si registrano gravi scontri tra dimostranti e forze dell'ordine. (…) Umberto Terracini presenta una mozione di sfiducia nei confronti del governo, indicato come responsabile politico e morale dell'attentato." Come mai non scoppiò una seconda guerra civile? Nel gennaio del 1998 lo studioso e giornalista Eugenio Corti, commentando l'uscita in Francia del Livre Noir du Communisme (un saggio sui crimini commessi dalle dittature socialcomuniste in tutto il mondo, dal 1917 a oggi), dopo aver snocciolato mattanze di milioni di morti (in URSS, Cina, Cambogia, Corea del Nord, Vietnam, Europa dell'Est, Africa, Afghanistan), riflette: "Si sente talora affermare che i comunisti italiani non erano al corrente di questi massacri e non li sospettavano neppure. E' un'affermazione del tutto insostenibile se si pensa che negli anni intorno al 1937 su 300 comunisti italiani rifugiatisi in Russia per sottrarsi al fascismo, la polizia di Stalin ne ha eliminati ben 200. (Ai rifugiati comunisti di altre nazionalità andò anche peggio: i polacchi per esempio furono annientati quasi tutti, e anche Togliatti fu, suo malgrado, per la posizione che occupava nel Comintern, costretto a collaborare a questo sterminio). Secondo lo scrivente fu precisamente l'esperienza di tali folli eccidi a determinare poi Togliatti, una volta tornato in Italia nel 1944, a non scatenare anche da noi la rivoluzione." E può darsi che il proposito fosse ancora vivo quattro anni dopo: fu infatti lo stesso capo del PCI a calmare gli animi più bollenti fra i dirigenti, gli iscritti e i simpatizzanti del partito, impedendo guai gravissimi. Nel 1949 viene affisso nelle Chiese un Avviso Sacro, direttamente ispirato dalla Santa Sede: "Fa Peccato Mortale e non può essere assolto chi è iscritto al Partito Comunista; chi ne fa propaganda in qualsiasi modo; chi vota per esso e per i suoi candidati; chi scrive, legge o diffonde la stampa comunista; chi rimane nelle organizzazioni comuniste (Camera del Lavoro, Federterra, Fronte della Gioventù, CGIL, UDI, API, ecc.). E' Scomunicato e Apostata chi, iscritto al partito Comunista, ne accetta la dottrina atea e anticristiana; chi la difende e chi la diffonde. Queste sanzioni sono estese anche a quei partiti che fanno causa comune con il comunismo. Chi, in confessione, tace tali colpe fa sacrilegio: può essere assolto chi, sinceramente pentito, rinuncia alle sue false posizioni. Il Signore illumini e richiami tutti i fedeli alla difesa della Fede e all'unità della Chiesa, essendo in pericolo la loro eterna salvezza." E l'API citata nel bando ecclesiastico è proprio l'API del Pioniere. (I toni caricati del manifesto oggi fanno sorridere, ma in quegli anni la retorica paternalistica era un vizio piuttosto generalizzato. Alla vigilia delle elezioni del 1948 l'Avanti, sfoggiando il caratteristico stellone con Garibaldi, scrive in prima pagina: "Oggi si vince. Compagni, spiegate al vento le vostre bandiere, levate alti i vostri canti di vittoria, accendete i vostri fuochi di gioia. L'alba di un nuovo giorno sta per spuntare"). Altra fonte di contrasti fu l'entrata dell'Italia nella NATO nel 1949. Anche gli anni Cinquanta vedono sprizzar scintille tra rossi e bianchi. Il 2 luglio del 1950 De Gasperi denuncia il pericolo di una "quinta colonna" comunista che opererebbe in Italia perseguendo interessi sovietici; per tutta risposta Bruno Pontecorvo, uno dei "ragazzi di Via Panisperna", fugge in URSS, dove contribuirà alla costruzione della bomba all'idrogeno. Nel 1952 Don Luigi Sturzo, fondatore del Partito Popolare, tenta invano di creare una prima coalizione politica di centrodestra, aprendo a MSI e monarchici, per ostacolare nelle amministrative romane la sinistra, riunitasi nel Blocco del Popolo; nel giugno dello stesso anno la corrispondente della Pravda a Roma, Olha Cecetkina, viene espulsa dal Paese per aver scritto falsità sulla situazione italiana. Nel 1953 muore Stalin e il 9 marzo i lavoratori aderenti alla CGIL si astengono dal lavoro per venti minuti; è l'anno degli scontri parlamentari tra governativi e opposizione socialcomunista sulla cosiddetta "legge truffa", che avrebbe dovuto introdurre un primo accenno di maggioritario nel sistema elettorale italiano; è l'anno del dibattito su Trieste, che spacca in due la sinistra. Ed è in quest'anno che si gettano le basi per la corruzione politica, per la lottizzazione e per tutto ciò che esploderà quaranta anni dopo con Tangentopoli: nasce l'ENI di Enrico Mattei. Un altro forte centro di potere viene fondato nel 1954, il 3 gennaio: la RAI inizia a trasmettere. Qualcosa comincia a rompersi nell'accordo tacito tra maggioranza silenziosa e potere: Giovannino Guareschi, uno dei maggiori artefici della vittoria contro il Fronto, viene processato, condannato e arrestato in seguito a una querela per diffamazione presentata da Alcide De Gasperi (riguardo al bombardamento alleato delle città italiane), che muore in agosto. Nel 1956 si tiene a Mosca il XX congresso del PCUS dove Krusciov denuncia i crimini di Stalin e il "culto della personalità"; nello stesso anno l'Armata Rossa reprime il tentativo ungherese di rivoluzione liberale. Togliatti è incerto sul da farsi: il conservatorismo stalinista del PCI di allora e l'approvazione dell'invasione dell'Ungheria (l'Unità vede la rivolta contro la dittatura un "putsch controrivoluzionario") provocheranno disordini e proteste anche all'interno della stessa sinistra, che perderà numerosi intellettuali. Ancora nel 1957 resiste il veto ecclesiastico nei confronti dei partiti di sinistra: l'Osservatore Romano è contrario a ogni tentativo di apertura verso il PSI, di ispirazione classista e marxista. Con il 1960 e il IX congresso del PCI, si avvia una nuova era di distensione: i comunisti italiani rinunceranno i parte alle loro posizioni ciecamente filosovietiche e si concentreranno soprattutto sui problemi interni (scuola, occupazione, regioni, nazionalizzazioni, etc.)
Ospite dell'Unità
Dopo una breve sospensione delle pubblicazioni, il vecchio periodico dell'API muore come rivista autonoma, e rinasce il 13 giugno 1963 trasfigurato nel Pioniere dell'Unità, inserto per ragazzi del quotidiano comunista, organo di partito fondato da Antonio Gramsci, continuando ad apparire tutti i giovedì fino al n° 49 del 29 dicembre 1966 (anno IV): in quello stesso periodo scompare l'altra famosa testata per giovani, quella del versante "religioso" e "bianco", Il Vittorioso, ed è già in fin di vita Il Giorno dei Ragazzi, supplemento laico a fumetti del quotidiano dell'ENI. E' il tramonto di un'era, si chiude l'epoca del tentativo di inquadramento minorile in quello o in quell'altro schieramento politico-sociale attraverso il didascalismo e il paternalismo a fumetti. Gli anni del Pioniere dell'Unità vedono un susseguirsi di aperture reciproche fra Occidente ed Est socialista; anche i toni delle polemiche si fanno meno aspri. Nel 1963 un momento di distensione fra i due blocchi è rappresentato dall'incontro fra Giovanni XXIII e Rada e Aleksej Adzubej, questi ultimi due figlia e genero (oltre che direttore delle Izvestia) di Nikita Krusciov; il Papa contribuisce al dialogo fra i popoli con l'Enciclica Pacem in Terris, promulgata due mesi prima di morire. Nell'agosto dello stesso anno, a Mosca, l'Italia e altri trentuno paesi firmano il patto di "non proliferazione delle armi atomiche, promosso da USA, URSS e Gran Bretagna. Padre Ernesto Balducci degli Scolopi si avvicina a certe tesi della sinistra, scrivendo a favore della obiezione di coscienza al servizio militare. La morte di Palmiro Togliatti, avvenuta a Yalta il 21 agosto del 1964, scuote la sinistra italiana: gli succede Luigi Longo alla segreteria del partito. Nel 1965 la proposta di Amendola di riunificare PCI e PSI provoca le ire del Kommunist, rivista del PCUS; in quello stesso, in ottobre, il Partito Comunista scoprirà le "correnti" al suo interno, che diventeranno ben evudenti l'anno successivo, in occasione dell'XI congresso. Con gli Oscar della Mondadori inizia l'era della lettura a basso costo e alla portata di tutti. La contestazione studentesca, che scoppierà due anni dopo, comincia a farsi sentire in Italia nel 1966 con La Zanzara, il giornalino del Liceo Parini di Milano, che pubblica un'inchiesta sul comportamento sessuale degli scolari. In quell'anno la FIAT di Gianni Agnelli firma un accordo con l'URSS per la costruzione a Togliattigrad di uno stabilimento automobilistico: la cortina si incrina anche dal punto di vista commerciale. In ottobre Paolo VI rivolge un appello pubblico per la pace nel mondo, a partire dal Vietnam. Vediamo adesso, attraverso l'analisi di alcuni numeri dell'ultima annata del Pioniere (uscita quando il direttore responsabile dell'Unità era Ibio Paolucci), con l'inserto settimanale al suo massimo splendore, di capire come funzionasse il meccanismo di coinvolgimento dei piccoli lettori (con giochi e altri attività) e quali fossero le letture (a fumetti e non) scelte dalla redazione per lo svago del giovane pubblico.
a) Epifania progressista
Sul primo numero dell'anno Dario Fo appare come padrino della Befana dell'Unità 1966 "per i figli dei lavoratori dei cotonifici Valle Susa, chiusi da otto mesi per la vergognosa condotta dei proprietari" e in una lettera ricorda che "ogni anno la redazione dell'Unità di Torino mette in cantiere una befana con i fiocchi: sono quasi duemila pacchi ogni volta. Si sono susseguiti padrini e madrine illustri: Franco parenti, Carla Gravina, Ornella Vanoni, e mia moglie Franca. Stavolta è toccato a me. Ho accettato con entusiasmo, e insieme anche con rabbia perché, se le cose andassero come dovrebbero, se non ci fossero tante ingiustizie sociali, se a tutti fosse dato un lavoro, di befane di questo tipo non ci sarebbe più necessità". Gianni Rodari, nella poesia "Alla Befana", rimprovera la vecchietta per non fermarsi in tutte le case dei bimbi buoni (è sottinteso che si ferma in tutte le case dei bimbi buoni ricchi). Nel "Gioco della Befana" (una sorta di Gioco dell'Oca) cadere sulla casella 35 ("Sei una staffetta del Pioniere") fa avanzare di 8 punti.
b) Scienza al servizio del Popolo
"Il padre dei razzi", nel primo capitolo della "Storia della missilistica", è un russo condannato a morte al tempo degli Zar. "Due parole sulla Luna" è invece un inno all'astronautica sovietica (più volte missili, sonde, moduli lunari e satelliti targati URSS verranno celebrati dal Pioniere, soprattutto a partire dal numero 31 dell'11 agosto 1966, con l'apertura della rubrica "I prodigiosi missili sovietici"). "L'avventurosa storia dell'uomo" celebra la Scienza come una divinità trionfante e dedica grande spazio alla trasformazione artificiale dell'ambiente e dell'uomo; fra i suoi eroi ci sono naturalmente Darwin e gli altri evoluzionisti. Sul n° 40 del 13 ottobre i lettori del Pioniere si lamentano della scuola italiana così com'è; uno di loro, il fiorentino Sergio Rinaldelli, sogna "la scuola della scienza eterna", dove "gli studenti sono automi", e gli insegnanti sono "macchine perfettissime", in un domani dove "tutta la popolazione è ormai potenziata, tutto funziona per automazione, l'uomo che esce da questa scuola ha ragione su tutta la natura e su tutti i mali della sua generazione, è l'uomo del futuro che ha trasformato se stesso e si è reso possibile ogni cosa." La lezioncina è stata imparata alla perfezione.
c) Cattivi maestri e cattivi genitori
Sul n° 1 del 6 gennaio 1966 la rubrica delle lettere ospita lo sfogo di un ragazzino tormentato da una maestra anticomunista la quale sostiene che nei paesi socialisti si lavora anche di notte. Più avanti si invita i lettori a denunciare i genitori cattivi (e ci vengono in mente i piccoli mostri delatori in Cina, in Cambogia, in Vietnam): "Anche le persone più buone del mondo qualche volta sbagliano o per lo meno può sembrare che abbiano sbagliato. Almeno una volta vi sarà accaduto di ritenere che vostro padre o vostra madre abbiano avuto torto nei vostri riguardi. Appunto questo dovete raccontare, di Quella volta che ha avuto torto… Dovete cioè descrivere brevemente un fatto o una discussione in cui vi è sembrato che il giudizio o l'atteggiamento dei vari genitori (o di uno di essi) quella volta non era giusto e che perciò vi ha fatto soffrire. Parlatene sinceramente. Questo non significa mancare di rispetto a vostro padre o a vostra madre, ma solo dire la verità, ciò che sentite, che pensate onestamente. La verità, infatti, non è mai offensiva. Anzi, si dice soprattutto tra coloro che si vogliono bene, e a nessuno si vuole bene come al proprio papà e alla propria mamma." Il ritornello della "verità" era spesso ripetuto sulle pagine del Pioniere, era quasi una "fissa" dei redattori. Forse avevano in mente la Pravda, ma forse non conoscevano la barzelletta che già allora circolava in URSS: "Ci sono poche Izvestia nella Pravda e poca Pravda nelle Izvestia". Pravda e Izvestia erano i due giornali più importanti dell'Unione Sovietica e i loro nomi significavano, rispettivamente, Verità e Notizie.
d) Vacanze spartane e impegnate
Le vacanze dei piccoli Pionieri devono essere sempre "proletarie" e all'insegna del risparmio e della collettivizzazione (preferibilmente inquadrati in villaggi, colonie e campeggi d'oltrecortina senza i genitori). Spesso si incoraggiano i ragazzi a lunghe gite in bicicletta per tutta la Penisola; sul n° 35 dell'8 settembre 1966 ecco il resoconto del Pioniere Stefano Cingoli di un viaggio in roulotte da Roma a Mosca attraverso i Paesi socialisti. La raccolta dei bollini del Pioniere permette di partecipare a un concorso a premi con bellissimi regali (un libro di Togliatti, un modellino dello Sputnik…), tra cui "un soggiorno gratuito per circa 15 giorni in uno dei bellissimi campeggi per Pionieri organizzati nei Paesi socialisti, valevole per due persone". Un caro amico, sceneggiatore professionista, ci ha parlato più volte (e ne ha tratto anche un bellissimo "reportage della memoria" per una pubblicazione locale toscana) di una sua disavventura giovanile in uno di questi "campeggi" in Cecoslovacchia, un'esperienza paramilitare allucinante; ma Paolo Graldi, sul n° 37 del 22 settembre 1966, autore di "Vacanze sul fiume - L'avventura di 19 pionieri, in viaggio con tende e barche" nello stessa nazione è di diverso avviso edipinge un quadretto idilliaco: chi ha ragione? Un altro concorso, pubblicato sul n° 24 del 16 giugno, permette di vincere un soggiorno nel villaggio turistico dell'ARCI se si indovina cosa significa la "misteriosa" sigla.
d) Pionieri nel mondo
La colonnina "Corrispondenza" apparsa sul n° 5 del 2 febbraio 1966 è indicativa di una certa tendenza mentale al classismo, sconfinante spesso nel razzismo: i piccoli Pionieri italiani sono incitati a scrivere "ai ragazzi negri" negli Stati Uniti (perché solo ai ragazzi negri? e gli ispanici? gli ebrei? gli asiatici? gli irlandesi? quelli di origine italiana?) e "ai ragazzi sovietici", inviando loro "cartoline illustrate, libri sull'Italia, distintivi, francobolli italiani, immagini di personaggi della nostra storia: eroi del risorgimento, partigiani, scienziati" (e perché non imperatori romani, Papi, Re e condottieri? Non è storia d'Italia anche quella?). Sul n° 28 del 21 luglio 1966 appare un resoconto, corredato di tristi foto, sul "festival artistico dei Pionieri coreani", dove i bambini si esibiscono in "vari numeri di danza, canto e arte varia che riflettevano la vita felice dei Pionieri della Repubblica popolare coreana"; diversi numeri dopo ecco i Pionieri di Torino che cercano di imitare lo squallore dei teatrini dei loro omologhi asiatici. L'America esce fuori con le ossa rotte dalle pagine del Pioniere: stragi di indiani, vietnamiti e neri; nei Paesi socialisti trionfa la gioventù, la gioia, la pace, la verità, l'uguaglianza, la scienza al servizio dell'uomo.
e) Il Vietnam
Nell'angolo della posta numerose sono le lettere che invocano la pace in Vietnam (alle quali si offre una risposta collettiva con l'articolo "Perché si combatte in Vietnam" di Emilio Amadè, dove "combattente vietnamita" e "partigiano" sono sinonimi) e anche Atomino, la mascotte del giornale, sfoggia a più riprese cartelli "vietnamiti". Sul n° 12 del 24 marzo 1966 vengono premiate "Le dieci migliori poesie" e la prima fra le prime è "Un partigiano è morto" della romana Nicoletta Tiliacos: "Un partigiano è morto / sulla terra vietnamita. / Il suo pugno chiuso / sembra stringere ancora / l'ultimo istante di vita. / Sul petto, un rivolo di sangue, / rosso come la sua bandiera. / Il crudele nemico / ha stroncato la sua giovinezza. / Era solo un ragazzo, / Il suo cuore era aperto al mondo, / ma ha conosciuto fino in fondo / sacrifici, fatica e dolore. / Li ha conosciuti troppo presto. / Ai nostri occhi non sei più un ragazzo, / ora sei un uomo, un partigiano. / Il tuo sacrificio non sarà vano."
f) Atomino e gli altri fumetti del Pioniere dell'Unità
Atomino, che solitamente chiude il fascicolo in quarta di copertina è di sicuro il momento più rilassante e interessante del periodico: l'ultima annata del Pioniere si apre con la quinta puntata di "Atomino contro Brutik"; sul n° 22 del 3 giugno inizia "Atomino e il caro micino" che quindici giorni dopo raddoppia occupando anche la prima pagina in sostituzione del western progressista "L'ultima marcia" (un "cineromanzo a fumetti" ambientato nel Far-West dove i bianchi sono aguzzini in stile ufficiali delle SS e gli indiani sono sottoproletari sfruttati che rubano per non morire di fame; in tandem col fumetto, un box a pagina tre approfondisce storicamente la nascita illegittima degli Stati Uniti nel sangue di bisonti e pellerossa): con il numero 22 il Pioniere dedica molto più spazio al fumetto, sforbiciando la parte scritta, piuttosto pedante e politicizzata. A partire dal n° 26 del 30 giugno il fumetto di Atomino sarà affiancato da "I naufraghi dello spazio", avventura fantascientifica ambientata nel 2066. "Atomino Show", dedicato alla musica pop e beat, che tante discussioni aveva suscitato fra i lettori (un articolo sulla trasmissione musicale Bandiera Gialla, apparso sul n° 13 del 31 marzo, scatena un dibattito tra i Pionieri sulla musica beat, fra chi sostiene che i "capelloni" sono dei falsi rivoluzionari, che contestano ma si riempiono le tasche di dollari o diventano Baronetti della Regina, e chi invece fa distinzione fra beat e beatnik e odia i Beatles perché sono ricchi ma allo stesso tempo li adora perché le loro canzoni sono belle), parte con il n° 30 del 4 agosto 1966 (c'è anche una storia autoconclusiva, "L'incontro fantastico" e un'altra, "Hanno rapito un bambino", compare sul n° 36 del 15 settembre) e cede momentaneamente gli onori della prima pagina col n° 33 del 25 agosto 1966 (prima puntata di "Ladri di mari", nuova avventura dei Pionieri dello Spazio, Maud, Rodion, Tsinlu e Tangha). Il n° 38 del 29 settembre ospita di Atomino soltanto un disegno gigante a pagina 8: in compenso ecco una storia completa, "Il samurai senza armatura". Il personaggio di Berti ritorna, dopo una pausa di una settimana (per lasciare spazio a "Destinazione infinito", seguita, a partire dal n° 44 del 17 novembre, dalla "Strana fine del capitano Jork"), sul n° 40 del 13 ottobre, con "Atomino sul Pianeta Rosa", ultima avventura sul Pioniere dell'Unità. Quella del Pianeta Rosa è la storia di Atomino che più risente dell'ambiente ideologico che ne ospitava le avventure: il mondo visitato da Atomino e Smeraldina è dominato dal consumismo più sfrenato e da un Potere che impone alla gente di comprare le cose più inutili, di cambiar moda ogni giorno, di andare a casa e di dormire in ore preordinate; le letture di quel popolo alieno, solo all'apparenza felice, sono di pura evasione e del tutto inconsistenti; i fumetti hanno titoli inequivocabili (Il Satanico, Sadicone, Criminalik), chiarei parodie dei "neri" degli anni Sessanta (Satanik, Kriminal, Diabolik, Sadik: evidentemente il moralismo bigotto non fioriva soltanto in ambienti cattolici…); al cinema vengono proiettati solo film d'avventura e musical, dai titoli idioti e dalle trame leggere. Il Pianeta Rosa sembra l'Occidente corrotto e decadente descritto dalla Pravda dei bei tempi andati. Eppure su quel mondo lontano la scienza e l'automatismo, tanto glorificati nelle pagine interne del Pioniere, sono applicati alla massima potenza. Contraddizione o mancanza di idee chiare? "Atomino sul Pianeta Rosa" termina con la creazione di una "normale utopia": ai cinema tradizionali (che quasi nessuno frequenta più) si affiancano nuove sale dove si presentano solo intellettuali film d'arte; le edicole chiudono e aprono le librerie; a scuola i ragazzi cominciano a chiedersi il perché delle cose. Se per l'antico Pioniere il primo della classe a fumetti era stato Chiodino, per il Pioniere dell'Unità sono dunque ancora le firme di Vinicio Berti (disegni) e Marcello Argilli a venire alla ribalta, stavolta con il personaggio di Atomino, che vive le sue avventure insieme a Smeraldina. Chiodino, fatto di ferro, era il campione ideale dell'idea progressista degli Anni Cinquanta: macchine gigantesche, ingranaggi, fucine, possenti dinamo, treni sbuffanti, in un fumoso panorama da realismo socialista. Atomino, figlio della fissione nucleare, nato da un cervello elettronico e figlio putativo di Zaccaria, ci porta per mano nell'epoca della guerra fredda e nelle fornaci di un nuovo tipo di energia, usata a fin di bene (il nemico Brutik vorrebbe sfruttare Atomino per farne bombe devastanti), in un mondo dove le decisioni più importanti sono prese dall'Accademia degli Scienziati.
g) Addio alle armi
Sulla prima pagina dell'ultimo numero del Pioniere campeggia un "Buon anno! Con gli auguri del Pioniere un arrivederci a presto". Il saluto di commiato pubblicato a pagina 3 è sintesi e paradigma della ingenua retorica del Pioniere, dell'ideologia che muoveva i suoi autori e del modo di porsi della sua redazione nei confronti del giovane pubblico: "Care lettrici, cari lettori, questo che avete in mano è l'ultimo numero del Pioniere dell'Unità. Da giovedì prossimo non troverete più tra le pagine dell'Unità il vostro giornalino. Ma questo non significa che il Pioniere scompare, che voi non avrete più una pubblicazione intitolata a questo nome bellissimo, tanto caro a migliaia e migliaia di ragazzi di ieri e di oggi. Come molti ricordano, il Pioniere è infatti uscito per molti anni come rivista settimanale, e poi, dal 13 giugno 1963, come supplemento dell'Unità. Ora, per molti complessi motivi che hanno origine dalla situazione generale della stampa adulta, siamo costretti con dispiacere a sospendere questa forma di pubblicazione del Pioniere. Anche voi vedevate benissimo i limiti del giornalino, così piccolo, con poche pagine, un solo colore. Quante lettere abbiamo ricevuto che sollecitavano ad aumentare le pagine. Otto paginette non vi bastavano, ne volevate di più, e questa era una grande prova di affetto e di stima, dimostrava quanto il Pioniere vi era caro, quanto lo sentivate vostro, diverso da tutti gli altri giornalini per ragazzi che affollano le edicole. E diverso lo era davvero: il solo giornalino che vi trattasse alla pari, da ragazzi che possono e debbono capire il mondo nel quale vivono, le cose belle e anche quelle brutte che vi accadono. Un giornalino che non vi considerava dei bambini da divertire e far sorridere, ma ragazzi che hanno bisogno dell'alimento più sano per crescere forti: la verità. E il Pioniere dell'Unità non poteva non essere diverso da tutte le altre pubblicazioni per ragazzi, essendo parte del più glorioso quotidiano d'Italia, l'Unità, il giornale dei lavoratori, dei vostri genitori, degli italiani che lottano per la democrazia, il socialismo, il progresso del nostro paese. Nessun altro giornalino, anche il più ricco di pagine e di colore, ha mai potuto vantare un pubblico come voi, lettori del Pioniere. Un pubblico di ragazzi e ragazze in gamba, seri, attenti e anche esigenti, che non legge per passatempo, ma per apprendere, per riflettere, per ritrovare sulle pagine del giornalino gli ideali che avete nei vostri cuori, gli ideali dei vostri genitori che lottano per un'Italia migliore. Tutti coloro che hanno lavorato per il Pioniere dell'Unità hanno sentito quanto era bello, entusiasmante scrivere o disegnare per ragazzi come voi: il vostro consenso, il vostro affetto, le migliaia di lettere che ci avete inviato con elogi, consigli preziosi, incoraggiamenti, proposte, sono stati la ricompensa migliore per il nostro lavoro. Il bilancio di tre anni e mezzo di vita del Pioniere dell'Unità è davvero positivo: in primo luogo grazie a voi che avete seguito il giornalino, lo avete diffuso, avete costituito Circoli di Amici del Pioniere e formato in tutta Italia una grande famiglia di ragazzi unita dagli stessi ideali. Da parte sua il Pioniere si è sempre sforzato di parlarvi nella maniera più sincera e moderna. Nelle sue pagine avete trovato un po' di tutto: la prima immagine che spicca è naturalmente quella simpaticissima di Atomino, che, con i disegni magistrali di Vinicio Berti, vi ha invitato a seguirlo nelle sue tante, mirabolanti avventure. L'avventurosa storia dell'uomo, gli articoli sulle ricerche scolastiche, le rubriche Italia 1966 e Alla scoperta del passato, vi hanno fornito tante idee e nozioni per ampliare le vostre conoscenze scientifiche e scolastiche. Ma è impossibile ricordare in poche righe tutti i servizi che hanno suscitato l'interesse dei lettori: dal romanzo di Gianni Rodari, Viva la Saponia, ai fumetti, alle novelle, ai servizi sui paesi stranieri, sui Pionieri di altre nazioni, alle fiabe, ai servizi scientifici. Chi ha conservato le collezioni del Pioniere dell'Unità si accorgerà, a sfogliarle, quale ricco patrimonio di idee e di informazioni vi è contenuto. Conservatele quelle collezioni: vi saranno utili per gli studi, vi ritroverete tante cose da rileggere proficuamente. La cessazione del Pioniere dell'Unità non significa la fine d'un discorso e d'un'amicizia che durano da tre anni e mezzo; non significa che non ci rivedremo più. Sappiamo che avete bisogno di un giornale come il Pioniere, che vi sia vicino nella più bella avventura che possano vivere dei ragazzi, quella di chi col cuore, con la mente e con le azioni partecipa alla grande lotta per la pace, la democrazia, il progresso, per tutto quello che di bello, giusto, nobile esiste nella vita. Avete cioè bisogno di un giornale che sia la vostra bandiera e il vostro specchio, come sempre è stato il Pioniere: un giornale diverso per ragazzi che sentono orgogliosamente di essere diversi, come lo sono tutti coloro che nella vita vogliono stare all'avanguardia, da attori e non da comparse, pensando e lottando senza rassegnarsi a fantasticare o a trastullarsi oziosamente. Questo giornale nuovo ci sarà, e nel più breve tempo possibile. Avrà una veste migliore, più adeguata ai vostri desideri e alle vostre aspettative: in esso ritroverete tutte le cose migliori che su queste pagine vi hanno entusiasmato in questi tre anni e mezzo. Perciò voi tutti che avete seguito con interesse e affetto il Pioniere dell'Unità, state tranquilli: il nostro non è un addio, ma un a rivederci. In attesa di questo prossimo appuntamento sulle pagine di un nuovo Pioniere, invitiamo tutti i lettori a scriverci, a inviarci pareri, consigli, proposte, perché, come sempre, il Pioniere risponda ai loro desideri e alle loro aspettative. Non separiamoci, quindi, conserviamo il nostro rapporto di confidenza e di reciproca collaborazione: scriveteci al solito indirizzo, e noi, vi risponderemo il giovedì in un angolo dell'Unità, o con lettere private. Ogni vostro suggerimento, ogni vostra proposta ci saranno utilissimi. Da parte nostra vi terremo informati sull'uscita e sulla fisionomia della nuova pubblicazione, che, come il vecchio Pioniere, come il Pioniere dell'Unità, sarà il più bello ed affettuoso legame con i ragazzi più in gamba d'Italia. Ciao, lettrici e lettori: arrivederci presto!" E sotto la firma "la redazione del Pioniere" un appello rivolto ai Circoli degli Amici: "I Circoli degli Amici del Pioniere, che costituiscono la grande famiglia dei nostri lettori più assidui e organizzati, riceveranno presto comunicazioni più dettagliate. Intanto, in attesa della pubblicazione del nuovo Pioniere, conservino la loro organizzazione, continuino le loro attività. I Circoli di Pionieri che non si sono ancora collegati con i Circoli locali della Federazione Giovanile Comunista, lo facciano: riceveranno indicazioni, consigli, e, dove possibile, un appoggio concreto. A tutti i Circoli rivolgiamo il più vivo elogio del Pioniere per l'attività svolta a sostegno del giornalino, sia propagandandolo, sia diffondendo l'Unità. Continuino in questa opera: sarà il sistema migliore per appoggiare fin d'ora il loro nuovo giornale." Parte dell'esperienza del Pioniere diventerà patrimonio, per un certo periodo, del periodico Noi Donne (di ispirazione comunista). In anni successivi si avranno ristampe di Atomino, fumetto indubbiamente valido e simpatico. Poi più niente. Il Pionere ha cessato per sempre di esplorare e lontani sono gli anni di Tango, di Cuore e di Atinù…
Francesco Manetti |

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LAST MINUTE!
Il Codacons, un noto movimento dei consumatori, tramite il vicepresidente Giuseppe Ursini ha inviato all’Ordine dei Giornalisti e diffuso sulla stampa (io l’ho letto il 4 gennaio 2007) un comunicato nel quale si chiede di radiare dall’Albo Filippo Facci del Giornale a causa di un articolo che polemizzava sul numero di telefono a pagamento che il Codacons stesso ha attivato per prenotare i suoi servizi: secondo Facci l’899 è troppo caro; secondo l’associazione no. Non entro nel merito della diatriba: deciderà l’Ordine e poi, chissà, la Magistratura. La vicenda mi riporta però alla mente un episodio di qualche tempo fa. Sul n. 458 di Tex del Dicembre 1998, alle pagine 96 e 97 apparve il seguente dialogo fra Laredo (una guida) e Tex Willer: Tex: “Una sigaretta, Laredo?” Laredo: “Grazie, Tex!” Tex: “Fumare distende i nervi!” Laredo: “E’ questo il segreto della tua leggendaria calma, Tex? Il tabacco?” Tex: “No, Ma aiuta.” Laredo: “Il tabacco non mi basta a distendere i nervi! Bevi qualcosa con me allo spaccio, Tex?” Tex: “Volentieri!” Un innocuo botta e risposta fra due personaggi DI FANTASIA, in una storia DI FANTASIA, ambientata nel FAR WEST DELL’800, epoca e luogo nei quali fumavano e bevevano anche i sassi: un fumetto di Tex, perdiana, letto da generazioni dagli Anni Quaranta in poi! Eppure, incredibile a dirsi, quando già l’albo compiva 50 anni di vita, qualcuno parve scambiarlo per il mensile dei Promotori del Tabagismo e dell’Alcoolismo Presso l’Infanzia. Su Tex n. 460 del febbraio 1999 comparve un inusuale messaggio di Sergio Bonelli, l’editore della celeberrima testata: “Cari amici, nel gennaio scorso, un’associazione in difesa dei consumatori ha denunciato alla magistratura la nostra Casa Editrice, e anche il sottoscritto nel suo ruolo di direttore responsabile, in quanto nell’albo di Tex n. 458 (...) sarebbero contenute alcune frasi che istigherebbero a somministrare ai minori tabacco e alcol. Tale associazione ha chiesto la sospensione per tre mesi di Tex e il sequestro dell’albo incriminato. (...) Premesso che degli aspetti legali della vicenda si occuperanno i nostri avvocati, posso soltanto aggiungere che essa tocca pericolosamente un tema vitale per una società democratica: quello della libertà di espressione. (...)” La querelle si concluse con un secondo, più breve e sereno appunto bonelliano, su Tex n. 461 del marzo 1999: “Cari amici, (...) a proposito della denuncia presentata alla magistratura da parte di un’associazione in difesa dei consumatori (...) mi preme sottolineare che, nelle ultime settimane sono continuate ad arrivarmi telefonate, lettere e fax di solidarietà da parte di lettori, molti dei quali ansiosi di conoscere lo sviluppo della vicenda. Ebbene, oggi sono finalmente in grado di comunicarvi che la Procura della Repubblica di Milano ha ritenuto che nella denuncia non vi fosse notizia alcuna di reato e quindi ne ha disposto l’immediata archiviazione (...)” Quella volta il famoso giudice di Berlino era in trasferta nel capoluogo lombardo... Qual’era l’associazione che voleva far sparire Tex dalle edicole (o forse pensava soltanto di sostituirgli la sigaretta con un filo d’erba...)? Bonelli preferisce non nominarla, per non spingere troppo in avanti la polemica. Leggiamo però due interventi pubblicati su Dime Press n. 21 del febbraio 1999: 1) “Non aveva cose più importanti da fare il Codacons che denunciare gli autori di Tex per istigazione al fumo e al consumo di alcool, per il fatto che Willer si accende una cicca ed entra in un saloon? Mah...” (Gianni Brunoro, nella rubrica “Secondo Noi”, pag. 3) 2) “Il Codacons ha denunciato la Sergio Bonelli Editore e ha chiesto l’immediato ritiro dalla vendita del numero di dicembre 1998 di Tex. Secondo il comitato dei consumatori il Ranger ‘istiga a fumare e a bere’. No comment” (Moreno Burattini e Paolo Guiducci, nella rubrica “Agenda Bonelliana”, pag. 69) E no comment anch’io.
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Apprendiamo dalla stampa che la Regione Abruzzo avrebbe stipendiato per un anno un disegnatore e un fotografo, spendendo 100.000 euro (centomila euro!) di soldi pubblici, affinché i due realizzassero una storia a fumetti promozionale delle attrattive turistiche del luogo. Vogliamo credere che la notizia sia falsa...
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Il nuovo film Apocalypto, diretto da Mel Gibson, in Italia ha per ora (questa nota è stata battuta il 7 gennaio 2006) prodotto più polemiche che spettatori. Ufficialmente perché sarebbe troppo violento e andrebbe dunque vietato ai minori. In realtà perché dipinge il tramonto della “cultura” Maya precolombiana in maniera un po’ diversa dal solito, non alla Chavez, non buonista e non politically correct (e questo, per Comicsandpolitik, è già un fatto positivo), mettendo a nudo il dato storicamente provato che tale “cultura”, soprattutto nelle sue fasi finali, aveva fondato la propria vita sociale sul massacro rituale, sul cannibalismo rituale e sul suicidio rituale, arrivando ad autoannientarsi ben prima dell’arrivo dei conquistadores. Complimenti comunque per le piramidi.
F. M.
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