VISPOLEMIK SPECIAL

Leonardo Gori on stage

PERMETTETEMI UN CAPPELLO...

 

Ho conosciuto Leonardo nei primi anni Novanta, quando siglammo un patto d’acciaio fra Collezionare (la fanzine di provincia) ed Exploit Comics (la grande rivista di critica cittadina), mettendo in cantiere,  insieme a un nutrito numero di appassionati, una monografia su Martin Mystère, il personaggio di Alfredo Castelli che, allora, non aveva neanche compiuto dieci anni di vita e oggi si appresta a festeggiare il suo primo quarto di secolo. Nel suo studio lungo le vecchie mura di Firenze, dai caldi colori di legno, tappezzato di original art e arricchito di innumerevoli librerie stracolme di fumetti, di libri e di cd jazzistici (con un segreto sancta sanctorum di preziosi giornali anteguerra) Leonardo mi sembrò davvero un gentleman d’altri tempi. Già a quel tempo mi suonò stonato il suo interessarsi a un popolarissimo fumetto bonelliano. Leonardo (che in pochi anni è diventato uno dei più noti e apprezzati giallisti italiani) confessa il suo disagio, di allora e di oggi.

Visto il taglio (simpaticamente) polemico, abbiamo pensato di pubblicare l’intervento di Gori in Vispolemik. In un numero speciale, ovviamente. Buona lettura!

 

Francesco Manetti

 

 

COME E PERCHE’ HO ABBANDONATO (O QUASI) LA CRITICA DI FUMETTI

Ovvero: com’è possibile che si possa dimenticare un amore?

Divagazioni senili, solo per gli amici.

di Leonardo Gori

 

Non credo, come si dice, che a qualcuno possa importare più di tanto. Ma a Francesco interessa, me l’ha chiesta, e quindi, anche come pratica catartica e autoterapica, ecco qua la storia di un grande amore che è (quasi) finito qualche anno fa. Ovvero, la storia della mia vita. In sintesi estrema, non vi preoccupate. Quel che è successo, detto in due parole, è che ho saltato due volte il fosso, prima in un senso e poi in un altro. Ed entrambe le volte perché avevo qualcosa da dire e l’urgenza assoluta di farlo.

Chissà se fra chi mi legge c’è qualcuno che ricorda ancora bene i primi anni Settanta. Qualche anno fa ho scritto una lunga prefazione a un volume dedicato a Tex, tutta giocata sul ricordo di quegli anni lontani, che avevano a che fare anche con Mefisto e Aurelio Galleppini, ma che per me erano più legati a Flash Gordon e soprattutto a Mandrake. Ecco, tutto cominciò appunto nel 1972. La critica di fumetti, allora, era una cosa di lusso, di altissimo livello, eppure ben accessibile a tutti. Qualche nome? Francis Lecassin, Maurice Horn, Ernesto Guido Laura, Gaetano Strazzulla, David Pascal... Sono solo i primi che mi vengono in mente. Si parlava e si scriveva, soprattutto, di comics sindacati americani degli anni Trenta, ma tutto il Fumetto, da Yellow Kid al presente di allora, era argomento di animata e appassionata discussione. Cosa essenziale, e molto diversa dalla situazione di oggi, è che non esistevano assolutamente steccati. Nel 1972 io avevo quindici anni, e con i quarantenni di allora parlavo di Winsor McCay, di Guy Pellaert, di Hergé, di Charles Schulz, di Wally Wood e di Carl Barks con la stessa tranquillità e conoscenza dell’argomento. Provate, oggi, a mettere insieme un gruppo di critici che comprenda un appassionato di Manga, uno di fumetto delle origini, uno di supereroi: si sentiranno lontani tra loro come se fossero un collezionista di orologi d’epoca, un filoferrotranviere e un docente di Logica alla Normale di Pisa.

Ma non voglio anticipare le conclusioni, andiamo per gradi e torniamo dunque al 1972 e al mondo dorato di quello che allora si chiamava il Comicdom. Com’era strutturato? Beh, i potentati, le cricche e gli accordi sotterranei c’erano anche allora, forse addirittura più di oggi, soprattutto perché nel mondo del Fumetto, a quel tempo, giravano assai più soldi di quanto avvenga oggi. Tutti leggevano i fumetti: i ragazzini a scuola, gli adulti sugli autobus, le massaie in cucina, i liberi docenti di Filosofia all’Università. Ma era radicalmente diverso il sistema che collegava il mondo della cultura a quello di chi comprava i periodici in edicola (c’erano pochi volumi, allora, in libreria). Voglio dire che il mondo accademico, tramite esponenti del calibro di Umberto Eco o Romano Calisi, da un lato imponeva il fumetto e la sua dignità di espressione artistica agli ambienti giornalistici e ai circoli colti, in modo che ne parlassero (e ne parlavano, eccome!) sui media; dall’altro l’approccio scientifico e comunque “alto” era un modello per il mondo dei lettori in generale, e tutto ciò condizionava in modo positivo quanto si scriveva. Un circolo virtuoso faceva sì che si innalzasse anche il livello dei fumetti di nuova produzione, perché gli autori cercavano di mettersi al passo con i critici.

Questo non avveniva solo in Italia e in Francia, le patrie della rivalutazione colta del fumetto. Ricordo che allora (siamo sempre nel 1972), i collezionisti americani di comic books della “golden age” erano visti con sufficienza, se non con disprezzo. E a ragione, aggiungo io. Ora che sono fuori dal giro, posso dirlo senza paura di esser menato: non c’è un supereroe, nemmeno di Jack Kirby, che possa legar le scarpe ai classici della syndication. Abbiamo dovuto attendere i vari Alan Moore e Dave Gibbons, per avere qualcosa di altrettanto valido, sullo stesso medium. Escludo solo Will Eisner, ma era a metà strada fra comic book e fumetto sindacato.

Dunque il mondo della critica nel 1972 viaggiava alla grande, si poteva spaziare nelle epoche, nei generi, con gli approcci più vari. Divoravo gli articoli su “Linus”, su “Eureka”, le prefazioni ai volumi, i libri di storia e di critica (editi da Sansoni, da Cappelli, da Mondadori: mica pizza e fichi) che uscivano in quegli anni. Un gran divertimento e un poderoso stimolo per l’intelligenza. Come si poteva non innamorarsi de “L’avventuroso”, anche se era una rivista morta quindici anni prima della nostra nascita, visto che su di essa versavano fiumi d’inchiostro critici come Ranieri Carano, che ne tesseva le lodi sui grandi cartonati di Garzanti?

Io e Francesco Manetti abbiamo avuto un professore di Italiano in comune, al liceo. Quel grande uomo mi aveva instillato il germe di una pianta di estrema rarità, e che ha bisogno di amorevoli e costanti cure: il senso critico, la capacità di giudizio autonomo. E l’amore per lo strutturalismo. Così, in quel meraviglioso ribollire di grande giornalismo e sopraffina critica, mi accorsi che anch’io avevo qualcosa da dire. Quale quindicenne regolamentare, ero ingenuo, entusiasta e incosciente, così non mi feci problemi ad applicare ai miei amati fumetti gli strumenti di analisi che il mio professore di Italiano mi metteva a disposizione per Dante e Manzoni. Scrissi di getto il mio primo articolo, giusto su Mandrake, visto come espressione del bisogno popolare di giustizia, che fu pubblicato su un periodico dei Fratelli Spada.

Wow! Non mi poteva fermare più nessuno. Tra il 1972 e i primi anni ottanta, scrissi di tutti i fumetti che conoscevo e amavo, soprattutto sulle riviste e le fanzines che avevano preso piede nel mondo più ristretto degli appassionati. Alt, eccoci al primo nodo: non mi accorgevo, preso da tanto entusiasmo, che gli articoli del taglio che avevo tanto apprezzato su riviste ampiamente distribuite come “Eureka” e “Linus”, ora apparivano su pubblicazioni che si definivano “amatoriali”, e che giravano praticamente solo negli ambienti delle manifestazioni di fumetti come Lucca e Bologna. Non me ne rendevo pienamente conto e quindi non me ne domandavo la ragione. Ma mi accorgevo, col passare degli anni, che si stava indebolendo quella catena di cui ho detto prima, che univa il mondo accademico al “popolo” dei lettori. Dopo il 1980, mantenevo stretti rapporti con grandi critici di quella razza, come Giulio Cuccolini e Gianni Brunoro, e non mi pareva proprio possibile che il pubblico si allontanasse da loro! Così chiudevo gli occhi per non vedere, e intanto scrivevo e scrivevo, in modo quasi ossessivo, e non mi accorgevo che anche il fumetto venduto e comprato entrava in crisi, sempre a causa di quell’inaridimento del circolo virtuoso di cui sopra. Vedevo che una rivista meravigliosa come “Il corriere dei Piccoli” e poi “dei Ragazzi”, sulla quale pubblicavano Pratt, Micheluzzi, Guido Buzzelli, Mino Milani, chiudeva i battenti e non mi domandavo perché. Tutto si sfaldava, il mondo “esterno” smetteva di interessarsi ai fumetti, se non per casi molto particolari.

Ma io non mi volevo accorgere della catastrofe, perché il mondo degli “appassionati”, dell’”editoria amatoriale”, delle mostre e dei mercatini era in fase di grande espansione: piccolissimi editori pubblicavano montagne di albi, una cosa epocale, che ho tentato di descrivere in una Storia dell’editoria amatoriale (in linea su AfNews), ma che dal punto di vista della critica era tutto sommato sterile. Qual era il problema? C’erano almeno due cause. Prima, ciò che noi critici pubblicavamo su “Il fumetto” ed “Exploit comics”, al mondo “esterno” non interessava affatto: parlavamo tra noi. Seconda, intorno a isole felici (poche) c’era un popoloso deserto di semi-imbecillità. Erano i fanzinari puri, ovvero quelli che non capivano nulla, esclusi i presenti ;-). I puri fans, ovvero la negazione del senso critico che il mio amato professore del liceo mi aveva instillato a forza.

Ebbi la piena consapevolezza di tutto questo quando mi resi conto che il taglio dei miei articoli, il tipo di analisi, gli stessi argomenti, non solo erano ignorati dal “mondo esterno”, ma non interessavano più nemmeno alle riviste “amatoriali” sulle quali pubblicavo! Io e gli altri amici che ci applicavamo al Fumetto con lo stesso spirito, avevamo sì dei lettori entusiasti, che ancora mi scrivono e ringrazio, ma la nostra attività era diventata assolutamente sterile. Può sembrare paradossale, ma anche libri che io, Luca Boschi, Andrea Sani e Alberto Becattini facemmo in quegli anni (Romano Scarpa, I Disney Italiani, Jacovitti, ecc.), risultarono alla fine frustranti, perché non uscivano da un circolo ristretto all’interno del circolo ristretto degli appassionati di fumetti. Erano libri che in pratica non venivano distribuiti, come quelli (bellissimi) pubblicati con la Comic Art. E il pubblico vero? Fu Gianni Bono a propormi un modo per uscire dall’impasse dell’amatorialità fanzinara: cogliendo al volo un’occasione iripetibile, convinse la prestigiosa Casa Editrice Motta a pubblicare un libro di grandissimo formato e di vasto respiro su Dick Fulmine. Il personaggio e i suoi autori non erano certo al centro dei miei interessi, ma mi si offriva l’occasione di esplorare una bella fetta di Fumetto italiano, con l’aiuto di collaboratori scelti fra i critici che più stimavo. Ne venne fuori una specie di romanzo-epopea, e i riscontri furono tanto buoni da convincerci a tentare il bis con Tex, come a dire con l’anima profonda del Fumetto italiano del Dopoguerra. Scrivemmo un secondo tomo-monstre che scontentò molto i fans del personaggio (siamo sempre lì), ma che mi riempì d’orgoglio: potevamo, a quel punto, proporci al mercato più ampio dei saggi tout court, in libreria, con un terzo e ancora più ambizioso progetto.

Gianni Bono non riuscì, nonostante tutto, a imporre alla grande editoria questo salto, ovvero un “ritorno alle origini”. Fu una terribile delusione, che mi indusse a riflettere sul mio ruolo e su quello, in generale, della critica di fumetti. Mi sembrava che fosse diventato inutile insistere con le mie idee e con le mie analisi. Così, un’estate di sette anni fa, presi una drammatica decisione.

Mi misi a scrivere narrativa, con le stesse motivazioni di fondo del 1972: avevo una gran voglia di dire e di raccontare. Ritrovai tutto l’entusiasmo di allora. Quasi senza rendermene conto, avevo saltato il fosso che c’è fra il campo dei lettori puri di fumetto e quello degli “addetti ai lavori”: solo che l’avevo fatto nel senso inverso rispetto al lontanissimo 1972. Affrontando un campo assolutamente nuovo, incontrando gente diversa (con qualche interessante punto di collegamento col mio passato fumettofilo: Luigi Bernardi, per fare un solo nome), in pratica ho vissuto una nuova vita. Intendiamoci, anche i romanzi sono in crisi: le tirature sono ridicole, rispetto a trent’anni fa (anche quelle di Rizzoli e Mondadori), ma a nessuno viene in mente di rinchiudere gli scrittori, di qualsiasi “genere”, in un ghetto, come purtroppo avviene adesso con gli autori di fumetti.

Ecco, Francesco: è tutto qua. Oggi, dopo diversi anni dal mio disimpegno nel campo del Fumetto, la situazione è un po’ migliorata: nel frattempo sono usciti alcuni libri di critica molto validi, e alcuni hanno “bucato” le librerie, grazie all’impegno da kamikaze di editori-eroi come Pavesio o Free Books; però il Fumetto comprato e venduto è diventato ancora di più un fenomeno di nicchia: i numeri della diffusione scendono in picchiata, i ragazzini conoscono solo la play station, i più sensibili agli stimoli culturali passano direttamente alla Letteratura “scritta”.

Vorrei terminare queste confidenze tra amici con una nota di ottimismo, ma per quanto mi sforzi, non la trovo. Ho solo una certezza: il Fumetto è una forma d’arte autonoma, non può essere sostituito da altri mezzi di espressione, né dalla TV né dal Cinema, tanto meno dai videogiochi. Se questa mia certezza non è un’illusione, la Narrativa Disegnata dovrà tornare per forza a imporsi, e comincierà un nuovo ciclo. Ma occhio: a quel punto, perché non si ripeta quanto abbiamo visto, dovremo ricreare il circolo virtuoso che ha rilanciato il Fumetto, alla fine degli anni Sessanta…

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